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Dopo Dell'Utri è finita un'era Forca Italia ora è allo sbando

Repubblica e Il Fatto sono spiazzati dal caso del senatore Pdl. Adesso non sanno più che dire e attaccano anche i giudici

Dopo Dell'Utri è finita un'era Forca Italia ora è allo sbando

Una vita in procura, e ti trattano così. L’annullamento della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa di Marcello Dell’Utri disposta giovedì dalla Corte di Cassazione regala a molti fiotti indignati e tristi perché non ci sono di mezzo legioni di avvocati che intasano i tubi della giustizia: c’è di mezzo la giustizia, che nel suo ultimo grado ha fatto - al di là delle libere e sacre opinioni personali - ciò che è preposta a fare.

Fatto e Repubblica, due testate che sulle vicende giudiziarie riferite o ascrivibili a Silvio Berlusconi e ai suoi «cari» hanno, per così dire, investito abbastanza, ieri lasciavano trapelare un misto di sconforto e delusione; ma come fai a prendertela con le toghe quando sono loro, non Ghedini, non Longo, non il Cav, a dire che il processo a Dell’Utri non funzionava?

E allora, data forma e struttura narrativa alla rabbia, parte quella che Attilio Bolzoni, grande cronista ed esperto di mafia, chiama sulla sua Repubblica «un’altra storia». È la storia di un «colpo di spugna», del Dell’Utri «salvato». È la storia - scritta da Marco Travaglio nell’editoriale di ieri, del «salto indietro culturale prima che giuridico» che ha portato, secondo il giornalista, alla sentenza di annullamento del pg Iacoviello. Nelle pagine interne del Fatto, giù sberle, ma senza bersagli politici, sfumati: ora è «il procuratore» che «fa a pezzi l’arma di Falcone» (cioè il concorso esterno), con riflesso un po’ macabro e comunque poco convincente. Il procuratore generale di Cassazione, uno che in Romagna era noto come il «Di Pietro di Ravenna», diventa lo «smonta-prove».

Repubblica ha  un’altra impostazione, altri toni, ma c’è la stessa mancanza di un nemico credibile: c’è un’intervista al pm nel processo di primo grado che, comprensibilmente, si arrocca dietro una lettura sconcertante per quanto lapalissiana: «La Corte si occupa solo di questioni di diritto. Sul merito si sono già pronunciati i giudici di tribunale e appello». E pazienza se vanno a brandelli decenni di separazione filosofica tra verità processuale e verità storica: quando fa comodo, va bene la prima; altrimenti, la seconda. E un pm è bello contento perché si può dire senza tema di smentite che ci sono state «cointeressenze (sic) fra Dell’Utri e ambienti mafiosi». Non si può, sentenze alla mano, dire che Dell’Utri è mafioso, ma questo accade - spiega Bolzoni con malizia - perché gli «eccellentissimi giudici della Suprema Corte della Cassazione» hanno inghiottito, con la «scienza del diritto» e con «sofisticate acrobazie giuridiche» le dichiarazioni dei pentiti, la ricostruzione delle stragi, la «contiguità mafiosa».

È facile, e con ogni probabilità sbagliato, fare paragoni con Andreotti e la manipolabilità ideologica delle conclusioni dei processi del senatore a vita. Qui è forse in atto qualcosa di differente. Il «vizio ad personam» di cui parla Repubblica in prima pagina è sfocato perché non ha nel mirino un oggetto sicuro, e perché è cambiato in fretta anche il cielo sopra Dell’Utri, sopra Berlusconi, sopra tutti. Si è dissipata, forse, l’aria avvelenata, la voglia di gogna, la polarizzazione totale di ogni atto, a meno di non voler sostenere un complotto talmente alto e vasto da comprendere anche i gangli delle stesse istituzioni che, fino a pochi mesi fa, erano l’estremo argine contro le esondazioni dell’Egoarca. Magari, messa Forca Italia da una parte, c’è perfino spazio per vedere in una Corte di Cassazione l’ultimo grado di giudizio.

di Martino Cervo

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Commenti all'articolo

  • routier

    12 Marzo 2012 - 09:09

    Se ( come da molti affermato ) nel codice penale non c'è il reato di " concorso esterno " ai reati di mafia, non si vede come si possa condannare per un reato che non esiste. Se al contrario il reato c'è ed è libero dall' "habeas corpus " il legislatore si dia una mossa per inserirlo nel nostro codice penale dopo di che potrà condannare a termini di legge. Credo che per qualunque persona sana di mente valga il " NULLUM CRIME SINE LEGE " ( non esiste reato se non vi è una legge che lo condanna )

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  • lobadini

    11 Marzo 2012 - 18:06

    Questo fallito di professione ha fatto dichiarazioni tali che la dicono lunga su chi sia realmente! Gli sono saltati i nervi e i piani!! Un fallito come magistrato e come uomo! Che venga processato e cacciato con infamia dalla magistratura e dall'Italia

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  • maxgarbo

    11 Marzo 2012 - 17:05

    che non serva la riforma della Giustizia in questa nazione, serve, anche urgentemente,

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  • honhil

    11 Marzo 2012 - 15:03

    “Ho la sensazione che l’ultima sentenza della Corte di Cassazione su Marcello Dell’Utri e il dibattito che strumentalmente ne sta scaturendo rientrino in quel processo di continua demolizione della cultura della giurisdizione e della prova che erano del pool di Falcone e Borsellino”. La dichiarazione è, fresca fresca, del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che ha sostenuto l’accusa nel primo processo a Marcello Dell’Utri. A ciascuno la sua sensazione. Ma una cosa è certa: la giustizia non può massacrare la gente, per la sola voglia di farlo. E di ciò ne erano convinti anche Falcone e Borsellino. Dunque. “La procura di Caltanissetta – dice unanimemente la Stampa – ha il merito di avere messo in evidenza la terribile menzogna che caratterizzò il primo processo per l’uccisione di Borsellino, concluso con tanti ergastoli confermati anche dalla Cassazione, individuando i veri responsabili”. Gran belle parole, tuttavia, un bel mucchio di pm della procura di Palermo nel frattempo, sulle ali neri di quella mafiosa sentenza, ha fatto carriera e messo in cantieri altri processi. Perché in certe procure le ipotesi di reato erano fantasiose fino al punto da arrivare a mettere nero su bianco: “è così perché non può essere altrimenti”. E il concorso esterno in associazione mafiosa, prima della sentenza del 2005 (sentenza Mannino: dove “le sezioni unite penali della Cassazione hanno affrontato nuovamente il tema della ”partecipazione ad associazione mafiosa” e del ”concorso esterno in associazione mafiosa”), era un’ipotesi di reato della più fantasiosa specie: un vero Far West in cui ciascun pm poteva esercitarsi a suo piacimento. Da l’altro ieri, quest’epoca sembra finita, per fortuna, dopo l’annullamento della sentenza di condanna di Dell’Utri. Ed è giusto che sia così. E’ un segno di resipiscenza coraggioso, anche se arriva fuori tempo massimo. La condanna che il Tribunale infligge, in nome del popolo italiano, deve essere limpida e trasparente come acqua di fonte e lo è soltanto se il reato che punisce è dimostrato tale oltre ogni ragionevole dubbio.

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