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L'intervista

Harada, il metodo per far fare successo agli imprenditori italiani

Harada, il metodo per far fare successo agli imprenditori italiani

"Il metodo Harada incarna l'aspetto umano del Lean Thinking, espressione che racchiude in sé i concetti di autosufficienza, autosviluppo, gestione autonoma di se stessi", si legge sulla quarta di copertina de Il Metodo Harada (Borra, Turconi, Bodek, Harada, ed. TurboPress, 2016), vero manuale di "sopravvivenza" imprenditoriale, curato dagli imprenditori lombardi Federico Borra e Giorgio Turconi. Imprenditori, ma molto distanti dal modello meneghino proposto dal cinema (come dimenticare Ugo Bologna e il leggendario Guido Cumenda Nicheli?): dalla loro amicizia è nata un'esperienza di consulenza aziendale che unisce, alla cultura occidentale del lavoro, elementi del Sol Levante. 

Federico o Giorgio? Chi "spikka" per primo?
Turconi: "Comincio io? Giorgio è qui accanto a me".  
I giapponesi come modello lavorativo? Ma se sono noti per essere stressatissimi... 
Turconi: "E invece è proprio in Giappone che prende piede un progetto che punta, non ad una disumanizzazione della persona, ma a porre l'uomo al centro dell'attività quotidiana". 
Che cos'è Harada? 
Turconi: "Un metodo elaborato da Takashi Harada (da cui il nome, ndr) che aiuta il singolo a definire e a raggiungere obiettivi personali e aziendali, promuovendo il suo sviluppo". 
Bodek e Harada: li avete conosciuti? 
Borra: "Alcune fortuite occasioni ci hanno permesso di avvicinarci a queste importanti figure, dalle quali abbiamo appreso ciò che, ora, rappresenta il 'prodotto' che offriamo alle imprese. Peraltro, con lo stesso Norman Bodek (e con Harada) abbiamo pubblicato il manuale Il metodo Harada. La nostra attività di condivisione e di insegnamento del metodo è, poi, riconosciuta dall'Istituto Harada...". 
Parliamo dei risultati. 
Turconi: "Harada rivisita (e migliora) il già noto Toyota Production System, un programma di sviluppo dell'industria automobilistica nel quale l'operaio, da semplice esecutore di ordini, diventa attivo all'interno dell'impresa. Ciò, inevitabilmente, valorizza la persona e le sue competenze, favorendo anche un maggiore sviluppo della fiducia fra datore di lavoro e dipendente. In Giappone, il metodo Harada coinvolge 280 società e 55 mila persone". 
E in Italia? 
Turconi: "Abbiamo riscontrato buoni risultati, seppure siamo, numericamente, ancora all'inizio di questo percorso". 
Chi ha risposto positivamente alla vostra proposta di consulenza? 
Borra e Turconi: "Harada genera, senza dubbio, curiosità. Poi, però, sta sempre all'imprenditore concretizzare questa curiosità. La ventennale frequentazione del mondo dell'impresa nostrano ci ha insegnato che, ad esempio, le aziende a conduzione familiare sono terreno più fertile rispetto, invece, alle grandi società". 
In teoria dovrebbe essere il contrario: in genere, infatti, sono proprio le grandi corp a puntare maggiormente su questi metodi innovativi... 
Borra: "In Toyota sicuramente, non a caso l'azienda rappresenta un modello di perfezione per l'imprenditoria nipponica, senza considerare che uno degli strumenti di valutazione del successo aziendale è il numero delle idee implementate. In Italia, invece, dipende molto anche dalla cultura lavorativa di chi fa impresa. Lei pensa che la grande società sia più aperta al nuovo, io le rispondo che, nel 2003, un medio imprenditore del Nord Est aveva realizzato un asilo interno per i figli dei dipendenti". 
Rivisitazione, dunque, in chiave orientale del "sogno" di Olivetti? 
Borra: "No, seppure similitudini fra i due metodi non manchino. Ad esempio, fra i messaggi che inviamo ai nostri contatti ad inizio settimana, non mancano citazioni e riferimenti all'esperienza dell'industriale di Ivrea, proprio perché esperienza significativa dal punto di vista sociale, economico e dell'impostazione produttiva". 
E proprio con le parole di Adriano Olivetti, concludiamo rivolgendoci a coloro che, leggendo l'intervista, avranno pensato al metodo Harada come ad un'utopia. "Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande".

di Marco Petrelli
@marco_petrelli

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