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Dateci la flexicurity alla danese e si può cancellare l'articolo 18

L'ex ministro Treu apre sulle politiche sociali: "La statuto dei lavoratori va cambiato"

Dateci la flexicurity alla danese  e si può cancellare l'articolo 18
L’articolo 18? Non è un tabù. Le norme dello Statuto dei lavoratori che vietano i licenziamenti senza giusta causa possono essere riviste, «ma in cambio di un sistema di ammortizzatori sociali come in Danimarca». Parola di Tiziano Treu, senatore Pd e ministro del Lavoro nel primo governo Prodi, che in questa intervista a Libero ridimensiona anche le aspettative sul contratto unico («uno strumento fra tanti, ma non è qui che si misura il tasso di riformismo di una forza politica») e, tra le misure per combattere la precarietà, propone di alzare i costi dei contratti flessibili per rendere più convenienti le assunzioni a tempo indeterminato.

Senatore Treu, il Libro Bianco del ministro Sacconi parla di Statuto dei Lavori, un’espressione che risale al 1997, quando il ministro del Lavoro era lei.
«Questo significa che i problemi del nostro mercato del lavoro non cominciano con la crisi, ma molto prima. I problemi sono ben noti, peraltro: un sistema ingessato, poco produttivo, con poca formazione e pochi investimenti».

Questo significa anche che, su questi temi, una collaborazione tra maggioranza e opposizione è possibile?
«Sui principi generali non si può non essere d’accordo. Il vecchio Statuto dei lavoratori aveva come punto di riferimento la fabbrica fordista. Oggi i lavori sono cambiati e bisogna pensare a nuove regole, adatte al nuovo contesto. In fondo, è un principio richiamato anche dalla nostra Costituzione, quando dice che bisogna tutelare il lavoro in tutte le sue forme. Detto questo, ora dalla teoria bisogna passare alla pratica. Dal ministero aspettiamo indicazioni concrete. Noi per parte nostra faremo le nostre proposte all’assemblea del Pd (oggi e domani, ndr.)».

A chi si riferisce quando parla di lavori nuovi, bisognosi di nuove tutele?
«Penso ai contratti di collaborazione, ai lavoratori autonomi, alle partite Iva... Si tratta di immaginare una base di norme fondamentali, dai diritti agli ammortizzatori sociali alle pensioni, valida davvero per tutti. Anche per questi lavoratori che sfuggono al vecchio schema fordista. Su questa base comune, poi, si costruiranno liberamente modelli contrattuali diversi, che rispecchino la varietà del nuovo mondo del lavoro.

Il modello è quello del ddl bipartisan, firmato da lei e da Giuliano Cazzola (Pdl), per garantire una pensione decente agli autonomi, che pagano contributi altissimi ma spesso hanno stipendi bassi e quando c’è la crisi non hanno il paracadute della cassa integrazione?
«Esattamente. Siamo l’unico Paese ad avere contributi pensionistici diversi per lavori diversi. Il che può portare in certi casi a pensioni insostenibili. Noi pensiamo che occorra prevedere una base minima, diciamo 500 euro, da finanziare con le tasse. Il resto sarà integrato con contributi differenziati».

Il mondo dei “piccoli” è in fermento, e la nascita ufficiale di Rete Imprese Italia ne è una conferma. Ma nella maggior parte dei casi questo mondo continua a guardare a Pdl e Lega. Perché la sinistra fatica a parlare con partite Iva, autonomi e piccoli imprenditori? «È un ritardo culturale che risale indietro nel tempo. A differenza della Dc, che è sempre stata interclassista, la sinistra di matrice socialdemocratica ha compiuto l’errore di riferirsi alla sola classe operaia, trascurando gli altri lavoratori. Che erano proprio poco studiati, poco compresi. Io quando giro nel Nordest mi sento dire: prima di stimoli e sostegni, noi piccoli abbiamo bisogno di essere riconosciuti. Questo la sinistra per troppo tempo non l’ha fatto. La prima vera autocritica risale a due anni fa, con il discorso di Veltroni al Lingotto».

Oltre che poco studiati, i piccoli si sono forse sentiti demonizzati...
«È così. Quando affrontavamo il tema dell’evasione fiscale spesso abbiamo preferito scatenare cacce all’untore piuttosto che predisporre strumenti concreti di contrasto. Certo va evitato anche il rischio opposto, quello della mitizzazione. Queste piccole imprese sono spesso troppo fragili, poco innovative. Basano la loro crescita sulle ore di lavoro, a volte anche esagerando, e non sulla ricerca. In certi casi sopravvivono puntando sul basso costo del lavoro, sull’evasione, su espedienti di corto respiro».

Se non ho fatto male i calcoli, al momento ci sono in Parlamento tre proposte di legge del Pd sul contratto unico. Ma alcuni vi accusano: vi siete battuti contro l’arbitrato per non far entrare le modifiche all’articolo 18 dalla finestra; e ora, proponendo per tutti un contratto flessibile nei primi tre anni di lavoro, rischiate di farle rientrare dalla porta...

«Per me è un errore fare del contratto unico la questione più importante. Il tasso di riformismo non si misura sul contratto unico, sarebbe una sciocchezza. È uno strumento fra i tanti, ma il vero tema rimane l’articolo 18. In fondo, il contratto unico sarebbe un modo per smussarne le rigidità senza spaventare i lavoratori. In questo senso, il contratto unico dovrebbe essere introdotto solo per i giovani che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro, perché altrimenti, è vero, l’articolo 18 verrebbe di fatto superato. Io peraltro, in cambio di precise riforme, non avrei remore ad affrontarlo apertamente, il tema del licenziamento».

L’articolo 18 non è un tabù?
«Se ci fossero ammortizzatori sociali come in Danimarca, l’articolo 18 potrebbe essere rivisto. Oggi come oggi, se si toglie l’articolo 18 per molti lavoratori non c’è nessuna tutela. Del resto è la Cgil che dell’articolo 18 fa una questione di principio. Ma altri sindacati come la Cisl non pongono pregiudiziali».

Se il contratto unico non è la soluzione, come si combatte la precarietà?

«Per esempio rendendo i costi dei contratti a tempo determinato uguali a quelli dei contratti a tempo indeterminato. Si tratta di rendere più costosi per l’azienda i contratti precari. O, se si vuole, rendere più convenienti gli altri. Così si utilizzeranno i contratti brevi solo quando servono davvero. In Spagna, dove avevano lo stesso nostro problema, è stata presa questa misura e i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti. Almeno fino a quando è arrivata la crisi».

Si potrebbe obiettare: se i contratti a tempo diventano meno convenienti le aziende, invece che sui contratti a tempo indeterminato, si butteranno sul nero…
«Beh, ma se un sistema non può garantire contratti decenti, allora è destinato a fallire. Non si può sopravvivere puntando sugli espedienti. Se un’azienda ricorre al nero per non garantire un salario decente non è un’azienda sana».

Niente tabù sulla flessibilità, più reti di sicurezza. È la flexicurity alla danese la nostra salvezza?
«Naturalmente non si può prendere un modello straniero e trapiantarlo in Italia, ma le idee generali sono quelle. Noi in Italia la flessibilità ce l’abbiamo. È la sicurezza che manca. Che la flessibilità sia cresciuta, a partire dal 1997, lo riconosce l’Ocse. Ora siamo in media con gli altri Paesi europei. Certo non è il far west. Ma meno male! Il problema è che ci manca la “security”: formazione, servizi alle imprese, ricollocamento. E intendiamoci, una “security” alla danese non significa affatto vivere di rendita. Lì non si spende in assistenzialismo, ma in politiche attive. Vuol dire per esempio che uno, se rifiuta un lavoro, viene cacciato e perde ogni tutela. Si ricollocano le persone in sei mesi, e chi rimane fuori sono solo pochi casi patologici. Guardi invece che succede da noi. Sette anni di cassa integrazione per i lavoratori Alitalia...».

In Europa soffia il vento gelido dell’austerity. Dopo la Grecia, la Spagna e il Portogallo, anche in Italia si parla di congelare i salari dei dipendenti statali...
«Ma è inevitabile, e lo fa pure Cameron in Inghilterra! Certo i tagli devono essere selettivi e razionali: bloccare gli aumenti, tagliare i salari più elevati. Sono sacrifici necessari».

Ma rimarrà uno spazio reale per le politiche sociali nazionali?
«Il guaio è che le politiche sono troppo nazionali e troppo poco europee. Ci vorrebbe più coordinamento. E il margine di autonomia si ha, come dicevo prima, nella selettività delle misure di rigore. Non si possono fare tagli orizzontali, che colpiscono tutti indiscriminatamente».

di Alessandro Giorgiutti

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Commenti all'articolo

  • Ro7leot

    16 Luglio 2010 - 08:08

    Tutti i nostri parlamentari (di destra e sinistra) sono concordi nel bloccare gli aumenti e tagliare i salari più elevati...ma quelli degli altri!! Mentre i propri continuano ad aumentarseli.

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