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Anche il sindacato vuole più flessibilità

Il caso del calzaturiero visto da Vito Artioli

Anche il sindacato vuole più flessibilità
Un accordo sul contratto nazionale che mette al centro la flessibilità e viene sottoscritto da tutti i sindacati, in tempi brevissimi e senza un’ora di sciopero. Ci sarebbe di che stupirsi, specialmente di questo periodo. Senonché stiamo parlando di scarpe e non di auto, e la flessibilità, in questo caso, non significa ore lavorative aggiuntive, ma necessità di adeguarsi all’altalena di periodi in cui bisogna rispondere in fretta a commesse importanti e di periodi in cui di lavoro ce n’è poco. «A volte si fatica come matti per rispettare una consegna, o per accontentare clienti che chiedono l'impossibile, che so, un paio di scarpe su misura per un matrimonio. In altri momenti, invece, calma piatta», spiega Vito Artioli, presidente dell’Anci, l’associazione nazionale dei calzaturifici.
Sul buon esito del rinnovo contrattuale dei calzaturieri (oltre 6.000 aziende e più di 85mila addetti interessati) ha pesato comunque la responsabilità dei rappresentati sindacali e un clima di collaborazione che non data da ora, ma che la crisi ha reso semmai ancor più necessario: «Questa politica di buone relazioni dura ormai da vent’anni. Noi comprendiamo la necessità delle aziende di crescere, anche per proiettarsi nei mercati esteri», spiega Gian Paolo Mati, della segreteria nazionale di Filctem-Cgil. «Non è una svolta, noi sindacati del tessile e calzaturiero siamo stati i primi in Italia a contrattare sulla flessibilità», gli fa eco Marcello Guardianelli (Femca-Cisl), che ricorda: «Io ho qualche anno sulle spalle e c’ero nell’83, quando per la prima volta si parlò di orario flessibile. Bisogna riconoscere che nel nostro settore è indispensabile. Il mercato è turbinoso, le commesse arrivano all'improvviso, è difficile programmare in anticipo gli orari di lavoro». Certo, poi bisogna sottolineare anche due cose. Primo: gli orari flessibili non sono decisi dall’azienda in modo unilaterale, sono il frutto di accordi a livello aziendale, tra direzione e rappresentanze sindacali. Inoltre, qui non si parla, come nel caso dei metalmeccanici, di straordinari: cioè di ore di lavoro aggiuntive. Le ore lavorate in più vengono poi compensate con permessi retribuiti. Tra i punti importanti dell’accordo, oltre a un aumento salariale di 102 euro, c’è una forte valorizzazione dei contratti di secondo livello: gli accordi da firmare azienda per azienda. «Ne apprezzeremo i benefici quando la crisi sarà passata», spiega ancora Guardianelli, il quale, trovandosi a Macerata, dove sta illustrando ai lavoratori i contenuti dell’accordo, qualche sassolino dalla scarpa, a proposito di contrattazione aziendale, se lo vuole levare: «Purtroppo qui nelle Marche le imprese hanno una brutta abitudine: danno ai dipendenti aumenti di salario in modo unilaterale».  Tanto per non fare nomi? «Diego Della Valle. Un bravissimo imprenditore, per carità, ma pur di tenere i sindacati fuori dell’azienda si ostina a mantenere questo atteggiamento». Per Guardianelli la soluzione potrebbe essere questa:  «Far sì che gli sgravi fiscali, che ad oggi si applicano anche agli aumenti unilaterali, valgano solo per quelli concordati in azienda con le parti sociali, come avviene già con gli sgravi contributivi». «Questo comunque», continua, «è un problema che verifichiamo soprattutto qui nelle Marche. E in Puglia, dove se possibile va anche peggio. Mentre più a Nord, nei distretti del Brenta, di Parabiago, di San Mauro Pascoli, la contrattazione con i sindacati è per le aziende una pratica ormai consolidata».
Raggiunto l’accordo sul contratto, ora le attese di tutti sono rivolte al futuro: si spera soprattutto in una ripresa delle esportazioni (l’80 per cento delle scarpe viene venduto all’estero). Il 2009 è stato l’annus horribilis, ricorda Vito Artioli. E i primi dati del 2010, «detto con franchezza, non sono buoni. Tra gennaio e febbraio l’export è calato dello 0,1 per cento in quantità, ma del 9 per cento in valore. Questa differenza è significativa perché le nostre produzioni puntano molto sul valore: le nostre scarpe sono belle e ben fatte, quindi costano di più. Quel meno 9 per cento significa che stiamo facendo enormi sacrifici sui margini pur di vendere il prodotto, pur di non chiudere le fabbriche». Detto sinteticamente, gli acquirenti esteri ora, «invece di comprare scarpe in coccodrillo comprano scarpe in vitello. E tirano sul prezzo».
I nuvoloni della recessione mondiale non impediscono però di coltivare la speranza che l’inversione di tendenza sia dietro l’angolo. La sensazione è che marzo possa essere stato il mese della svolta. «Al Micam, che è la mostra più importante al mondo, gli spazi espositivi erano quasi pieni. Le delegazioni erano magari meno nutrite del solito, per risparmiare sui costi, ma il loro numero è stato superiore alla media. E, quel che più conta, non si limitavano a guardare: si sedevano a firmare contratti». Per il nostro export le due speranze si chiamano Russia e Brasile. «La Russia è il mercato che più ha sofferto nel  2009, ma ora, fra i Paesi emergenti, è quello che si sta riprendendo più in fretta. Poi guardiamo con grande interesse all’America Latina. La strada da seguire è quella dei patti bilaterali, visto che le intese più generali sono bloccate: il Wto non funziona, il Doha Round è fermo da tempo...  Ora stiamo lavorando a un accordo tra Unione europea e Mercosur, il mercato comune dei Paesi del Sudamerica. Là, soprattutto in Brasile, sta crescendo il numero dei nuovi ricchi. Merito di Lula e dei suoi provvedimenti pro impresa».
Artioli parla con entusiasmo del presidente brasiliano e delle sue misure per detassare gli utili reinvestiti. Ma se si passa ai governi europei, intenti a tagliare la spesa e ben lontani dall’idea di detassare, l’entusiasmo si raffredda. Gian Paolo Mati (Femca-Cgil) dice che «imprenditori e lavoratori hanno fatto la loro parte. Ora dovrebbe intervenire la politica per sostenere non solo il calzaturiero, ma l’intero settore del tessile». La lista delle richieste, a livello nazionale e comunitario,  è molto lunga, dalla difesa del made in Italy  al sostegno all’internazionalizzazione, alla formazione e alla ricerca.

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