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Agli enti bilaterali la regia del lavoro

Fortemente voluti dalla Cisl, svolgono un ruolo fondamentale di orientamento sul campo

Agli enti bilaterali la regia del lavoro
di Lavinia Serrani - Enti bilaterali, se ne parla molto di questi tempi. Il bilateralismo, vera e propria bandiera del sindacato riformista e della Cisl in particolare, è diventato parte integrante del programma di azione sul lavoro dell’attuale compagine di governo, protesa a circoscrivere il peso del centralismo regolatorio e l’invasività della norma inderogabile di legge nelle relazioni di lavoro.
Solo pochi addetti ai lavori sanno tuttavia cosa davvero siano gli enti bilaterali e, soprattutto, il bilateralismo che, nella legge Biagi, viene indicato come la tecnica privilegiata di regolazione del mercato del lavoro. Una tecnica che punta sulla capacità di auto-regolazione delle parti sociali attraverso organismi costituiti per iniziativa congiunta delle associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori per far fronte a un mondo del lavoro che, sempre più fortemente, risente del susseguirsi dei diversi frangenti congiunturali. Si pensi, in particolare, alla intermediazione tra domanda e offerta di lavoro rispetto alla quale gli enti bilaterali potrebbero senza dubbio svolgere un ruolo da protagonisti, se si tiene in considerazione la stretta vicinanza al territorio che li contraddistingue. Gli enti bilaterali, infatti, vivono e operano nel territorio e più di qualunque altro attore sociale sono in grado di cogliere, valutare e vagliare le esigenze del mercato, mettendo in comunicazione le diverse posizioni di chi è in cerca di una occupazione, e di chi invece è in grado di offrirla. Questa vicinanza al territorio potrebbe consentire, inoltre, agli enti bilaterali di promuovere quelle occupazioni delle quali il mercato ha via via maggiormente bisogno, incentivandone la crescita fin dall’origine, attraverso l’orientamento già nelle scuole o la cooperazione con le agenzie del lavoro. Ma non solo. Si tratta, in questi casi, di una intermediazione di tipo strategico, perché questi enti hanno anche competenze nella gestione degli ammortizzatori sociali e, attraverso i fondi paritetici, anche nella progettazione e nell’erogazione della formazione continua a favore dei lavoratori, consentendo così di completare la filiera dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro nella prospettiva di un avvicinamento dinamico tra le esigenze delle imprese e dei loro collaboratori. Anche rispetto all’obiettivo di liberare il mercato dalla piaga del lavoro sommerso, gli enti bilaterali si presentano quali organismi in grado di fornire un rilevante contributo, attraverso la promozione di occupazione regolare e di qualità. Tale ruolo di “promotori” si estende anche alla diffusione di buone pratiche tese a combattere le discriminazioni e a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti più svantaggiati: i giovani, le donne, i diversamente abili. In buona sostanza, gli enti bilaterali sono organismi che forniscono non semplici “servizi”, al pari di un qualunque operatore privato, bensì moderne tutele sui mercati esterni del lavoro, cioè fuori dalla azienda. Tutele talmente importanti, nella vita del lavoratore e nelle sempre più frequenti transizioni occupazionali che caratterizzano la sua carriera lavorativa, da assumere le sembianze di veri e propri diritti, anche in termini di costi contrattuali per l’impresa definiti a livello contrattuale. Emblematico, in questa prospettiva, è il ruolo del fondo bilaterale Formatemp, del settore della somministrazione di lavoro, che ha sempre svolto importanti funzioni di formazione dei lavoratori interinali, quale antidoto al rischio di precarietà, e che ora, con le ultime modifiche legislative in corso di approvazione in Parlamento, potrebbe anche occuparsi di ammortizzatori sociali dando così piena attuazione pratica al disegno di flexicurity a cui ci chiama da tempo l’Europa.

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