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Sangalli (Confcommercio): "Il modello Pomigliano? Non c'è alternativa se vogliamo crescere"

Per il numero uno di Confcommercio Sangalli l'accordo siglato dalal Fiat in Campania "è il modello per le nuove relazioni sindacali"

Sangalli (Confcommercio): "Il modello Pomigliano? Non c'è alternativa se vogliamo crescere"
di Attilio Barbieri - Carlo Sangalli guida un universo fatto da 740mila imprese, Confcommercio. Una realtà in cui molti degli aspetti più controversi delle relazioni industriali sono stati affrontati e risolti da tempo. A cominciare dalla flessibilità degli orari, una trincea attorno alla quale, con l’accordo di Pomigliano d’Arco si è consumata una rottura forse insanabile nel fronte sindacale.
Parliamo dunque del modello Pomigliano: maggiore facilità di licenziare gli assenteisti incalliti, orari più flessibili fino ai tre turni nell’arco della giornata, premi di produttività alti ma legati alla saturazione degli impianti. Su questo modello si sono divisi sindacati, imprese e mondo politico. Lei come lo giudica?
«La questione Pomigliano è servita a mettere in luce un processo che, per fortuna, da tempo sta avanzando nelle relazioni sindacali nazionali e di secondo livello. Certo, in contesti diversi dalla Fiat, il tutto avviene con meno clamore mediatico e il confronto, forse proprio grazie all’assenza di riflettori puntati, è meno cruento, ma è certo che il dibattito è aperto. Produttività e competitività delle imprese sono le parole d’ordine innanzitutto nel terziario e nel turismo, che da sempre legano la produzione di valore aggiunto alla capacità di offrire al meglio il servizio, e questo significa agire sui modelli organizzativi, sul numero delle ore effettivamente lavorate, sulla professionalità per garantire qualità del servizio, sulla formazione delle risorse umane, sulla massima attenzione al contenimento dei costi. È un approccio nuovo, positivo e finalizzato ad adeguare un campo caratterizzato troppo spesso da norme di stampo conservativo al nuovo mercato, più dinamico e più competitivo che segnerà sempre di più il sistema economico».
Meno tasse per far ripartire i consumi. A chiederlo sono due dei maggiori sindacati italiani, Cisl e Uil, che il 9 ottobre scenderanno in piazza per lanciare al governo un messaggio forte. Sono le cose che Confcommercio dice da anni...
«Certo, più produttività e più reddito, ma anche meno tasse per far ripartire i consumi. La strada è obbligata: avanzamento dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione, controllo, riqualificazione e riduzione della spesa pubblica, progressiva riduzione delle aliquote fiscali. Sono queste le condizioni indispensabili per realizzare, al più presto, una riforma fiscale che, incrociandosi con la costruzione del federalismo fiscale, consenta di ridurre la pressione fiscale complessiva».
Non crede che la politica di moderazione salariale sia un boomerang capace di affondare molte aziende? In fin dei conti se guadagno meno spendo anche meno. E chi li compera più i prodotti del made in Italy?
«Si torna sempre al nodo della produttività. Occorrono impegni condivisi per irrobustire la produttività del lavoro e la competitività complessiva del sistema-Paese. È in questo modo che può essere rafforzata la dinamica salariale. E proprio per questo è importante che decolli la nuova architettura contrattuale definita nel 2009, che individua nel secondo livello di contrattazione – aziendale o territoriale – la sede specializzata per lo scambio tra maggiore produttività e maggiore salario. D’altra parte è importante  procedere verso una sempre maggiore detassazione del salario di risultato. Ed è fondamentale che la relazione tra i due livelli contrattuali non si traduca in una secca sommatoria di oneri retributivi e contributivi».
Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, proprio su queste pagine, ha lanciato al mondo della politica e alle imprese un messaggio inequivocabile: sediamoci attorno a un tavolo, lo stesso tavolo, per scrivere un nuovo patto sociale. Anche perché se si agisce solo sulla leva del costo del lavoro c’è il rischio di creare nuove tensioni. Molto pericolose, come dimostrano i fatti di Torino della scorsa settimana di cui è stato vittima lo stesso Bonanni. A suo giudizio c’è spazio per un patto sociale riscritto d’accapo?
«Confermiamo il nostro interesse all’apertura di una fase di confronto tra le parti sociali. Ma l’obiettivo deve essere però un patto che muova dalla registrazione di come è oggi effettivamente fatta l’economia reale del nostro Paese. Composta da grandi imprese industriali, ed è un bene. Ma  anche da tantissime piccole e medie imprese manifatturiere e da un’economia dei servizi, cui concorrono piccole, medie e grandi imprese. Voglio dirlo così: dopo la grande crisi e per rafforzare il ritorno alla crescita, questo patto dovrebbe riconoscere il ruolo crescente e di quel “popolo del fare impresa” che si riconosce nell’esperienza di Rete Imprese Italia. Un’esperienza nata proprio per dare a questo “popolo” voce comune, e dunque più forte, e per contribuire alla modernizzazione dell’economia e della società italiana».
Meno vincoli contrattuali più soldi in busta paga. Si può fare? Ha senso aprire la discussione su alcuni temi-tabù, come l’articolo 18, in cambio di retribuzioni più alte?
«Lo ripeto: il tema all’ordine del giorno è il decollo della nuova architettura contrattuale. Un’architettura in cui il livello nazionale non muore, ma si rinnova. Diventa una cornice generale dei diritti e dei doveri legati al rapporto di lavoro, la sede della regolazione economica di base del rapporto di lavoro e la fonte istitutiva del welfare contrattuale. Ma, con l’accordo tra le parti, rispetto a questo impianto è pur possibile derogare, se e quando ciò sia reso necessario da esigenze oggettive. Per crisi aziendali o per esigenze legate al recupero di produttività e  competitività. Nessun dumping dei diritti dei lavoratori, dunque. Ma, sempre e comunque, scelte condivise per il rafforzamento della produttività e della competitività. Quanto all’articolo 18, è un tema da affrontare nella prospettiva di un mercato del lavoro meno rigidamente duale: da una parte, lo standard dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, dall’altra, l’area dei contratti “flessibili”. Una diversa modulazione delle tutele può essere utile a superare questa rigidità e a costruire un nuovo “Statuto dei lavori”: di tutto il lavoro».
Dopo il momento del rigore ora dobbiamo pensare allo sviluppo. Così il ministro Tremonti ha aperto uno spiraglio. Quali sono in concreto gli interventi che secondo lei si possono mettere in campo per far ripartire l’economia?
«Innanzitutto irrobustire la domanda interna per consumi e investimenti. Anche perché dobbiamo riassorbire disoccupazione e costruire nuova occupazione. Un compito che spetterà soprattutto a quella economia dei servizi che già oggi contribuisce per circa il 58% alla ricchezza del Paese e per circa il 53% alla sua occupazione. È dunque indispensabile tanto una buona politica industriale, quanto una buona politica per i servizi».
Cosa intende con “politica per i servizi”?
«Interventi di sostegno all’innovazione,  potenziamento del capitale umano e infrastrutturale,  un più agevole accesso al credito, la valorizzazione del turismo e del Mezzogiorno. Insomma, bisogna fare rapidamente avanzare il cantiere delle riforme strutturali – a partire dal federalismo della responsabilità - per costruire un’Italia che cresca di più e meglio,  con maggiore coesione sociale e territoriale. Se ne avvantaggerebbe, tra l’altro, il clima di fiducia: delle imprese e delle famiglie».
Parliamo della ripresa. Un giorno c’è e sembra forte, il giorno dopo pare che non sia mai arrivata. Ha ragione Squinzi di Federchimica quando dice che occorreranno almeno tre anni per tornare ai livelli pre-crisi?
«Guardi, i tempi non saranno rapidi. Ma questo deve essere, per tutti, di sprone a fare di più e meglio. Anche perché i problemi di fondo dell’economia italiana – la crescita lenta, la produttività stagnante, la competitività difficile – sono tutti problemi di lungo corso. Nel tempo della crisi, la scelta di una rigorosa disciplina di bilancio è stata provvida. Lo è ancora. Ma dobbiamo tutti fare di più per rafforzare il ritorno alla crescita. Tocca alle imprese ed ai lavoratori condividere l’impegno per una maggiore produttività. Tocca alla politica accelerare il percorso delle riforme».
I rapporti fra banche e imprese non sono stati dei più facili dopo lo scoppio della bolla finanziaria. Dai nuovi vincoli introdotti con l’accordo di Basilea 3 non c’è il rischio che arrivi una nuova stretta sul credito?
«Certamente con Basilea 3 sono stati fatti importanti progressi sul fronte delle regole, anche per evitare il ripetersi di crisi finanziarie come quella che ci stiamo lentamente lasciando alle spalle. Ma la stabilizzazione del sistema finanziario internazionale non deve tradursi in un nuovo credit crunch a danno di quella parte dell’economia reale che ha già pagato un conto molto salato. Sarebbe un boomerang  pericoloso che penalizzerebbe lo sviluppo di tutta l’economia. Proprio per questo, come Rete Imprese Italia, abbiamo messo al centro la necessità di un forte impegno comune tra banche, associazioni d’impresa e consorzi fidi per consentire una corretta valutazione del merito creditizio delle imprese e scongiurare una possibile diminuzione degli impieghi».
Un’ultima domanda: come sta proseguendo l’attività di Rete Imprese Italia?
«Nel corso dell’estate abbiamo continuato a lavorare per la strutturazione organizzativa e per il potenziamento politico e programmatico della nostra attività. Proprio  con l’obiettivo  di pervenire in tempi brevi a quel nuovo patto sociale necessario per modernizzare l’economia e la società italiana e per contribuire alla costruzione di un’Italia più ambiziosa e migliore».

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