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Gi Group: "In tre anni troveremo lavoro in 40 Paesei"

Colli-Lanzi: "La crisi è storia vecchia. Abbiamo ripreso a crescere anche all'estero, presto faremo nuove acquisizioni"

Gi Group: "In tre anni troveremo lavoro in 40 Paesei"
Il 2011 si apre con un importante riconoscimento per Gi Group: il 13 dicembre scorso, infatti, l’assemblea generale della Ciett, la confederazione internazionale delle agenzie per il lavoro, verificati i requisiti che prevedono la presenza diretta in almeno tre continenti, ha accolto tra le proprie fila Gi Group, riconoscendole lo status di multiregional corporate member. Contemporaneamente c’è stata la medesima approvazione anche da parte di Eurociett, branca europea dell’organizzazione. «Questa ammissione è per me motivo di orgoglio», spiega l’amministratore delegato di Gi Group Stefano Colli-Lanzi, "e rappresenta un autorevole riconoscimento della nostra realtà e della nostra attività. In questi anni l’estensione della presenza di Gi Group a dodici Paesi ci ha spalancato le porte del maggiore organismo mondiale del settore".
Quali sono questi dodici Paesi?
"Oltre all'Italia siamo in Germania, Francia, Spagna, Polonia, Romania, Cina, Hong Kong, India, Brasile, Argentina e Gran Bretagna".
Cosa vuol dire per Gi Group aprire in un Paese estero?
"Gi Group entra in ciascun Paese portando i propri valori, il know how e le competenze con l’obiettivo di sviluppare una presenza efficace, efficiente e competitiva. Tuttavia, nel nostro settore, soprattutto per  il lavoro in somministrazione, è fondamentale tenere conto delle diverse normative, delle differenti culture e  dei diversi cicli di sviluppo: peculiarità che determinano una forte differenziazione nel modo di affrontare ciascun mercato. Non è sufficiente andare all’estero e proporre  gli stessi servizi che abbiamo sviluppato in Italia.  Né si tratta di selezionare in Paesi diversi dal nostro, per esempio nell’Europa dell'Est, candidati da impiegare qui, prospettiva che non ci interessa. D’altra parte sono convinto che le imprese sviluppano una maggior “intelligenza” proprio quando si trovano a operare in mercati diversi, grazie ai quali  acquisiscono un bagaglio di conoscenze, modelli e pratiche destinati a stratificarsi e a dare sostanza al loro approccio globale".
Insomma più ci si diffonde geograficamente e più si diventa forti? È questo il principio di fondo?
"Si, ma non basta. Serve una grande capacità di immedesimarsi nei singoli contesti locali. E ora che la Ciett cia ha riconosciuti come un soggetto globale ci rafforza nella consapevolezza del ruolo che dobbiamo svolgere".
Qual è questo ruolo?
"Siamo partiti come un soggetto che si poneva l’obiettivo di sviluppare il mercato del lavoro in Italia sia come qualità sia come quantità. Oggi possiamo porci nella prospettiva di sviluppare il mercato a livello mondiale e di essere d’aiuto ai singoli mercati locali. Ci stiamo  organizzando per approcciare non più solo le aziende di un determinato mercato, ma anche quelle presenti nei diversi Paesi. Un percorso  che ci sta portando da quel che eravamo, un gruppo quasi esclusivamente italiano, a quello che vogliamo diventare: un soggetto globale in grado di gestire le tematiche comuni ai diversi Paesi".
Quali saranno i prossimi passi?
"Ci sforzeremo di ampliare la nostra presenza in tutto il mondo. Oggi siamo presenti in dodici paesi: vogliamo che diventino quaranta".
In quanto tempo?
"Abbiamo una certa premura: vorremmo realizzare tutto entro tre anni".
E come lo farete?
"Nei paesi in cui non siamo ancora presenti e che riteniamo importanti, penso per esempio a Belgio, Olanda, Stati Uniti, Canada, Russia, oltre a tutta l’area dell’Europa orientale e dell’America Meridionale (dove già siamo in Argentina e Brasile), lo faremo attraverso nuove aperture o acquisizioni. Inoltre rafforzeremo la nostra presenza, con acquisizioni mirate, in alcuni paesi in cui siamo già presenti, come Francia e Gran Bretagna".
Sono discorsi caratteristici di un mercato in espansione. Vuol dire che per voi la crisi è alle spalle...
"Direi proprio di sì. Anche grazie alla crescita delle sedi estere, il nostro fatturato è tornato ai livelli del 2008".
E per il 2011 cosa prevedete?
"Ci siamo dati un obiettivo che è una sfida, ma è pure raggiungibile: superare il nostro record sia in termini di fatturato italiano sia globale. In Italia il mercato è più difficile di prima, ma offre ancora grandi opportunità di crescita per aziende come la nostra. Aziende che non si limitano ad offrire solo il lavoro temporaneo".
Pensando all’Italia, in quali segmenti del business volete crescere di più?
"Sia nella somministrazione a tempo determinato sia in quella a tempo indeterminato, conosciuta anche come staff leasing. Questo perché da una parte vi è il bisogno per le imprese di flessibilità lavorativa, dall’altra la necessità, avvertita dal lavoratore, di sicurezza. Ma esistono strumenti che ottemperano ad entrambe le necessità".
In che senso?
"Sono strumenti capaci di garantire che tutte e due le parti coinvolte, impresa e lavoratori, ottengano dei vantaggi. Un esempio su tutti è proprio lo staff leasing che rappresenta il compimento del ruolo dell’agenzia per il lavoro. Attraverso questo meccanismo è possibile dare alle aziende il massimo della flessibilità e al contempo garantire ai lavoratori la necessaria stabilità".
Stabilità?
"Sì. I lavoratori in staff leasing stipulano un contratto a tempo indeterminato con l’agenzia per il lavoro, non con l’azienda. Mi permetto di dire che, se fossi un lavoratore, oggi mi sentirei più tranquillo ad essere stabilizzato da una grande agenzia per il lavoro anziché da una piccola azienda con 10 o 12 dipendenti".
Ma perché lo staff leasing non è mai decollato allora?
"Sta decollando adesso, ma bisogna creare le condizioni favorevoli. Occorre far crescere una cultura delle politiche attive e la visione di un welfare che abbia a cura la persona e le sue esigenze, ma che allo stesso tempo non prescinda dalle impellenti esigenze di produttività. Mi spiego:  assumere a tempo determinato è  più semplice, ma non è educativo. Se tuttavia la domanda di flessibilità delle aziende fosse incanalata nella somministrazione, a tempo determinato o indeterminato, le agenzie per il lavoro potrebbero svolgere un importantissimo ruolo e agire da camera di compensazione tra esigenze di flessibilità da una parte e stabilità dall’altra. Per iniziare a farlo sarebbe necessario ampliare le possibilità di utilizzo di entrambe le forme di somministrazione".
Come farlo?
"Per esempio abolendo le causali che in questo momento limitano sia la somministrazione a tempo determinato sia lo staff leasing".
Parliamo di ricerca e selezione di personale. Con la jobless recovery negli Usa, la ripresa senza lavoro, il mercato è ancora al palo? Oppure dà qualche segnale di vitalità?
"Non c’è una ripresa enorme ma è ripartito il flusso di persone che cambiano lavoro. È comunque un mercato che ha enormi spazi di crescita. In Italia l’approccio al lavoro è sempre stato in un certo senso “relazionale”. Ma  non è da condannare in sé,  a condizione che esista un vero mercato del lavoro. Oggi ci sono tutte le condizioni per cui questo mercato si sviluppi e i servizi a supporto della ricerca e selezione non possono che crescere".
Cosa mi dice delle politiche attive a sostegno del lavoro? Se ne parla tanto ma in concreto cambia poco o nulla...
"La crisi ha dimostrato quanto siano importanti, a partire dalla ricollocazione del personale. È un’attività  che le agenzie per il lavoro possono svolgere a supporto del settore pubblico, chiamato a investire sulla occupabilità delle persone, e al settore privato".
Sì tratta però di concetti non nuovi... Se ne parla de decenni ma non è accaduto nulla…
"Questo è vero, ma si può fare molto. Si tratta, per esempio, di obbligare  le aziende che licenziano a investire parte delle risorse liberate con i tagli per supportare la ricollocazione delle persone in esubero. Soluzione di gran lunga più efficace e lungimirante rispetto quella di dare sussidi a breve termine che da un lato  lasciano il tempo che trovano e dall’altro favoriscono la deresponsabilizzazione della persona. La crisi, in questo senso, ha dato segnali forti e inequivocabili, tanto che con alcuni interlocutori  si sono aperte possibilità di dialogo importanti".
Con chi in particolare?
"Con le istituzioni e con alcuni sindacati. Oggi abbiamo bisogno di superare gli steccati, trovare soluzioni che impegnino pochi soldi pubblici e ottengano il massimo del risultato dal punto di vista della crescita, della responsabilizzazione e dell’aumento della produttività. Ci sentiamo  seduti su un cavallo forte, capace di correre parecchio, apportando un contributo importante al sistema quanto a idee e soluzioni".
Di formazione come risorsa decisiva per ripartire si fa un gran parlare ma non si vedono in giro  novità sconvolgenti...
"In passato la formazione è stata utilizzata per distribuire fondi a pioggia quando dall’Europa ne arrivavano parecchi. Abbiamo dissipato ingenti risorse con le quali avremmo potuto migliorare tangibilmente il nostro sistema formativo. Ora ci troviamo in difficoltà: l’alta disoccupazione giovanile è indice di una carenza  strutturale proprio nel sistema formativo. Ci sono tanti giovani disoccupati a fronte di molte richieste di lavoro destinate a non essere soddisfatte... Sa perché?".
Ce lo spieghi lei...
"Non si trovano le competenze. Gli enti pubblici coinvolti nel processo formativo, a partire dalle Regioni, dovrebbero essere i massimi esperti della formazione - viste le risorse economiche spese - e invece non hanno neppure un sistema in grado di individuare i fabbisogni formativi di base. Oggi, tra l’altro, ci troviamo in un contesto in cui il settore pubblico ha a disposizione pochissimi soldi, spendibili  per poche e  ben mirate azioni di sistema".
Ma chiedere soldi alle imprese ora per la formazione non le sembra anacronistico?
"Gli imprenditori devono capire che è sulla formazione dei dipendenti che si gioca la propria competitività. Il settore pubblico deve limitarsi a guidare il processo e sviluppare azioni di sistema generali. Noi, come agenzie per il lavoro, faremo la nostra parte. Confindustria e i sindacati devono considerarci come un interlocutore equidistante che possa dare un contributo professionale e di competenze per sviluppare una nuova infrastruttura di interesse pubblico. Mi ha colpito la richiesta del sindaco di Milano Letizia Moratti che proprio su questi temi ha chiesto l’apertura di un tavolo. Noi siamo pronti".

di Attilio Barbieri

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