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Cina a caccia di manodopera

Pechino ha concentrato gli sforzi per industrializzare le province più arretrate e sulla costa Est mancano tecnici e operai

Cina a caccia di manodopera
Un Paese enorme, con una legislazione complessa, un’economia che cresce al ritmo del 9% l’anno mentre l’Europa fatica a raggiungere l’1. La Cina, in mezzo alle turbolenze portate dalla recessione e della difficile ripresa che ne è seguita mantiene intatte molto delle attrattive che ne hanno fatto la terra promessa per gli imprenditori in cerca di competitività. Ora però il gioco si è fatto difficile. Assai più che in passato. «In Cina  vendiamo da 10 anni prodotti tecnologicamente più avanzati di quelli che il mercato cinese possa proporre», spiega Guidalberto Guidi, patron di Ducati Energia e presidente dell’Anie, la Confindustria dell’elettronica. «Il nostro brand è forte, alla pari quasi di un marchio d’abbigliamento italiano che sbarchi all’estero, ma la nostra forza sta nell’investimento in ricerca e sviluppo. È questo il segreto delle imprese che negli ultimi anni hanno dimenticato i dividendi e sono rimaste in utile: trasformare le braccia in cervelli. Solo così riusciamo a combattere i prodotti cinesi, che dalla loro hanno il vantaggio di un basso costo del lavoro. La Cina è un pericolo fortissimo per le imprese italiane, per competere è necessario continuare a migliorare, investire sullo sviluppo. Se ho mai pensato di aprire uno stabilimento in Cina? Noi lì abbiamo solo un distributore, con 180 dipendenti, che opera in 7 città e che vende per 5 milioni di dollari circa. Abbiamo aperto stabilimenti produttivi in Argentina, Croazia, Romania e India, ma la Cina a mio parere è ancora un mercato troppo difficile, occorre trovare il partner giusto».
Chi ha già aperto nell’ex Celeste Impero, però, la pensa diversamente. È il caso di Ermanno Medici, numero uno della Ningbo Bravo, controllata dalla Scoprega di Silvio Vecchi che opera nel business degli articoli da campeggio e negli accessori professionali per i gommoni. «Dopo un periodo di difficoltà iniziale», racconta Medici, le cose ora vanno bene. Anzi benissimo. La filosofia aziendale è produrre articoli con design italiano, qualità europea , ma prezzo cinese».
«Alla Ningbo Bravo», aggiunge Medici, «lavorano 120 addetti, di cui solo io sono straniero ed è localizzata in Ningbo, centro costiero da sei milioni di abitanti. Una città di media grandezza secondo il metro cinese. La politica del governo centrale negli ultimi 5 anni ha voluto l’ampliamento dell’industria nelle zone interne della Cina, richiamando milioni di lavoratori dalla costa . Così le aziende che si trovano nelle zone costiere  sono obbligate ad automatizzare i processi per sopperire alla mancanza dei lavoratori ed al loro costo sempre piu’ elevato».
Già, il costo del lavoro... Ma quanto guadagna un operaio in Cina? «Lo stipendio minimo fissato dal governo per i dipendenti della Ningbo», spiega Medici, «è 1.100 yuan al mese (poco più di 120 euro, ndr), ma negli ultimi 2 anni c’è stato un aumento del 30% e per il 2011 è atteso un’ulteriore ritocco del 15-20%. Manca la manodopera e così dobbiamo ricorrere agli straordinari che per legge vengono retribuiti con una maggiorazione del 50% sulla paga base. Il sabato e la domenica, poi, il lavoro costa il doppio. Alla fine un operaio guadagna da 2000 a 2500 renminbi. In compenso gli oneri sociali sono molto bassi: circa 130 yuan. Il sindacato? Per legge è consigliato avere un’organizzazione sindacale all’interno dell’azienda , ma è poco sentita dai lavoratori . La tutela dei lavoratori (e dell’azienda) è garantita dall’ufficio del lavoro che in caso di controversie effettua velocemente sia l’indagine che la sentenza. I giudizi sulle controversie  lavoratore-azienda, rispetto alla situazione italiana, sono  più equilibrati».
Dunque l’industrializzazione forzata delle zone interne decisa da Pechino hanno portato forti squilibri nel mercato del lavoro. Per molte figure e in certe zone del Paese le imprese faticano a trovare personale. «Vero», conferma Weng Zhefeng, country manager per la China di Gi Group, «in questo momento  abbiamo bisogno di lavoratori che abbiano conoscenze  nell’elettronica e in alcuni comparti dell’industria manifatturiera. La Cina è ancora in fase di forte sviluppo ed è per questo che l’offerta nel manifatturiero è tuttora molto sostenuta. Ma cerchiamo soprattutto tecnici, anche se abbiamo bisogno pure di colletti bianchi, ma in misura assai inferiore rispetto ai colletti blu. La Cina è un Paese vasto, non si può generalizzare. Le diverse aree geografiche hanno dinamiche anche molto divergenti fra loro. Nelle zone industriali  costiere c’è  una carenza di lavoratori. Tuttavia i neolaureati  faticheranno non poco a trovare un impiego anche lì».
Salendo di qualche livello, però, aggiunge Zhefeng, si registra una carenza diffusa di «sviluppatori di software, personale per l’industria dei media, il farmaceutico, la logistica e l’immobiliare».
Un buon osservatorio sulle società italiane che operano nel gigante asiatico è quello bancario. «In Cina ci sono circa 1200 aziende italiane che possiamo considerare bancabili», spiega a Libero Lavoro Maurizio Brentegani, general manager per la CIna di Unicredit-Shangai Branch. «Circa il 60% è concentrato nel delta del fiume Yangzi, il 20% attorno al fiume  Pearl  e il 15% nel Bohai Ring. La nostra clientela è   soprattutto da aziende che per il 70% vengono da Lombardia, Triveneto e Emilia, e per oltre il 50% dal settore manifatturiero».
Vi sono alcune esigenze condivise. «Fondamentale per i nostri imprenditori», conferma Brentegnani, «è capire il mercato e come posizionarsi. La Cina è un paese altamente regolamentato ed è importante trovare dei partners che possano aiutare le imprese italiane a comprendere al meglio i numerosi problemi che si incontrano sul cammino. Per parte nostra siamo in grado di supportare la clientela a 360 gradi: dai servizi ”tailor made” alla consulenza all’implementazione dei progetti, allo sviluppo dei piani industriali, a quello di guida e advisor in un mercato complesso».
A fronte di imprese che continuano a spostarsi nell’ex celeste impero ce ne sono alcune che lo lasciano. Per tornare a produrre da noi. Come nel caso del gruppo Cdc. «Quanto a convenienza della manodopera la Cina resta la Cina, l'Italia l'Italia», spiega Enrico dell’Artino, ad del gruppo di Pontedera. «La differenza del costo? Oserei dire un 50% in meno, il gap è  importante. Cdc però ha scelto - e me ne assumo la responsabilità - di riportare in Italia gran parte dell’assemblaggio dei suoi computer, il 91% circa. Siamo rimasti legati ad alcuni centri produttivi, ma ora vendiamo  più di quanto facevamo appaltando tutto al Paese del Dragone».

di Alessandro Giorgiutti  e Giulia Cazzaniga

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