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Un apprendistato agli over 50

Per Valsecchi (Gi Group) "ci vuole un contratto d'ingresso anche per chi viene licenziato" / BARBIERI

Un apprendistato agli over 50
I giovani, la formazione e il lavoro. Un triangolo d’oro che da tempo non funziona più in Italia. Gi Group, la maggiore agenzia per il lavoro a capitale interamente italiano nel nostro Paese ha deciso di dedicare il 2011 proprio ai giovani. Gi Group Academy, il pensatoio della società ha pianificato un fitto calendario di eventi sul tema. Il primo si è tenuto lo scorso 15 marzo. Il prossimo sarà l’11 aprile e dià dal titolo si intuisce che il menù sarà ricco: “L’apprendistato: una complicazione o un’opportunità”. Ma perché una Fondazione che si occupa di promuovere la cultura del lavoro in Italia organizza un convegno su questo tema? E perché un’agenzia per il lavoro si occupa dell’apprendistato che non rientra nei profili tradizionalmente oggetto dell’intermediazione di risorse umane?  «L’apprendistato è stato concepito per essere il principale canale di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro», spiega Luca Valsecchi, direttore generale dell’Academy, «ed è uno strumento centrale nelle strategie in tema di politiche del lavoro e dell’occupazione del nostro Paese. Uno strumento di cui è necessario però approfondire la conoscenza e i possibili utilizzi anche per farlo evolvere. In questo può essere decisivo il ruolo giocato dalle agenzie per il lavoro».

Ma cosa non ha funzionato finora?
«L’apprendistato oggi funziona solo in parte perché richiede  una serie di accordi tra sindacati, enti e aziende che di fatto ne rendono l’utilizzo piuttosto complicato. Quello professionalizzante però, pur con margini di miglioramento innegabili, funziona egregiamente anche perché consente alle aziende di accedere al risparmio contributivo, tanto da coinvolgere già 500mila persone in Italia».
E la componente formativa? Sono in molti a contestarla, sostenendo che la formazione diviene spesso un fatto formale e burocratico...
«Il principale fattore di successo per i contratti di apprendistato sta proprio nell’adeguato funzionamento della formazione che dovrebbe professionalizzare il giovane. Oggi viene gestita dalle aziende o dalle Regioni: le imprese però  sono restie ad accollarsene i i costi, le Regioni non sempre riescono a essere sufficientemente vicine alle esigenze del mercato e ai bisogni dei lavoratori».
Allora non hanno torto quanti sono critici sulla capacità formativa dell’apprendistato. E come se ne esce?
«La soluzione esiste: una parte terza, vale a dire le agenzie per il lavoro, possono farsi carico di erogare la formazione nei percorsi di apprendistato. Soggetti esterni accreditati e competenti come le Apl (la sigla indica le agenzie per il lavoro, ndr)  sarebbero in grado di affiancare aziende e persone aiutando a compiersi una coincidenza di interessi che non guardi solo alla produttività immediata con le solite logiche di breve termine...».
Ma a cosa si deve guardare allora?
«Bisogna supportare davvero lo sviluppo  degli apprendisti pensando alla loro employability, l’occupabilità».
Proviamo allora a spingerci un po’ oltre. Si parla di staff leasing. Perché le agenzie private non assumono in proprio gli apprendisti?
«Nel caso in cui le agenzie assumessero direttamente il lavoratore a tempo indeterminato sarebbero ancora più incentivate a far crescere professionalmente la persona e ad aumentarne le competenze. In questo modo la formazione legata all’apprendistato potrebbe davvero funzionare e questo strumento decisivo per l’occupabilità dei giovani potrebbe diffondersi».
E come imvogliare i giovani a diventare apprendisti? Mi risulta che non siano particolarmente stimolati all’idea di essere assunti con questo inquadramento...
«Nei giovani bisogna stimolare il desiderio di costruire il loro patrimonio di conoscenze di fronte ad opportunità concrete, sia per inserirli nel mondo del lavoro sia  per mantenerli in un assetto di impiegabilità continua. Perso un lavoro ne potrebbero trovare un altro più facilmente. Perché un giovane apprenda c’è soprattutto bisogno di maestri che operino con lui sul campo. I neoassunti senza alcuna esperienza alle spalle devono poter incontrare  persone preparate che insegnino  loro un sapere pratico in azione. Questa dinamica vale anche per chi ha qualche anno in più e deve magari riqualificarsi: perché non pensare allora anche ad un apprendistato di riqualificazione?».

di Attilio Barbieri

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Commenti all'articolo

  • capitanuncino

    01 Settembre 2011 - 01:01

    E i 50enni? Devono morire di fame?

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  • Ciacio Venezian

    25 Marzo 2011 - 18:06

    La difficoltà maggiore deriva dalla rigidità delle leggi sul lavoro. Non ci sono apprendisti perchè costerebbero troppo. Perchè lavorare "con il fiato sul collo" di chi ti deve insegnare il mestiere non è piacevole,se questi non ci sa fare. Poi occorre capire che ci sono mestieri, o professioni, che necessitano anni di tiro-cinio prima di cominciare a rendere. E chi paga? Se la spesa fosse equamente divisa Stato/Imprenditori, in modo che l'apprendista venisse comunque retri-buito sufficientemente, probabilmente funzionerebbe. C'avranno anche pen-sato, ma ....

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