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Gelmini: "Nella scuola più spazio alle Regioni"

Giovani e lavoro, l'intervista. Il ministro promuove il modello federalista e sussidiario: "Vicino a imprese e ragazzi"

Gelmini: "Nella scuola più spazio alle Regioni"
Sulla formazione professionale giudicata inadeguata dalla stragrande maggioranza delle imprese e sull’integrazione, mancata, fra scuola e lavoro si gioca la possibilità di ripresa del nostro Paese. La competizione sui mercati mondiali sarà proprio sulla capacità di innovare e di produrre prodotti nuovi, sempre migliori e all’altezza delle aspettative dei mercati. Ma come soddisfare la richiesta di figure professionali specializzate che le imprese faticano a trovare? Come rendere il sistema della formazione professionale e tecnica più aderente alle esigenze del mercato? E in definitiva come e cosa cambiare della nostra scuola? Abbiamo rivolto queste domande al ministro dell’Istruzione e dell’Università Maria Stella Gelmini.

A guardare i dati diffusi pochi giorni or sono da Unioncamere il sistema fatto da istituti professionali e centri di formazione professionale continua a non soddisfare la domanda di lavoro delle aziende. Come mai? È tutta colpa dello scollamento tra il mondo della formazione e quello del lavoro? O c'è dell'altro?


«Che ci sia un disallineamento tra l’offerta formativa e le esigenze del mondo del lavoro è evidente. Altrettanto evidente è che occorra promuovere un’integrazione tra scuola e lavoro in tutti i momenti e in tutti i percorsi del sistema di istruzione del Paese. Sicuramente dovremo lavorare per innalzare la qualità di questi percorsi. Abbiamo già iniziato a farlo con la riforma dell’istruzione professionale attraverso la quale, bisogna dirlo, sono stati recuperati 120mila studenti, dal 2003 al 2009. Giovani che non erano né a scuola, né al lavoro. Ne rimangono fuori altrettanti ed è importante continuare a recuperarli».

Nel Rapporto su “Sussidiarietà, istruzione e formazione professionale” pubblicato da Mondadori si parla di personalizzare i percorsi formativi  per valorizzare tutte le potenzialità insite nello stile di apprendimento di ciascun adolescente. Difficile non essere d’accordo. Ma come centrare l’obiettivo?

«Personalizzare il percorso significa rimettere al centro del sistema lo studente, le sue esigenze e le sue aspirazioni Significa anche dare massima considerazione alla capacità di scelta educativa delle famiglie. Ma bisogna anche modificare la didattica, che deve  aggiornarsi ed innovarsi, anche sui progressi tecnologici e sui nuovi dispositivi elettronici a disposizione dei giovani. In questo processo  di apertura del mondo della scuola, gli insegnanti sono determinanti e per questo occorre valorizzarli, secondo i risultati che sono in grado di far conseguire alla loro scuola e ai loro alunni».

Cosa pensa del modello di formazione federalista? Secondo lei una sussidiarietà orizzontale che dia spazio a proposte educative diversificate ma tutte sullo stesso piano può dare impulso al sistema della formazione professionale?

«La sussidiarietà orizzontale è la scelta vincente ed è quella che stiamo promuovendo in tutti i modi. Credo fortemente nel collegamento tra le scuole e il territorio. Proprio nella riforma dell’istruzione, d’intesa con le Regioni, abbiamo previsto un sistema integrato tra istituti professionali e centri di formazione, in cui si possa adempiere all’obbligo scolastico e conseguire anche una qualifica professionale rilasciata dalle Regioni. Così abbiamo sviluppato contemporaneamente una sussidiarietà verticale, fra Stato e Regioni, e una orizzontale tra istituti professionali statali e i centri di formazione professionale accreditati».

Come si può realizzare l’alternanza scuola-lavoro da molti invocata per facilitare l’ingresso nel sistema produttivo dei giovani? Gli stage si muovono proprio in questa direzione eppure non hanno risolto i problemi...

«Occorre promuovere una vera integrazione tra scuola e mondo del lavoro e tra gli strumenti per realizzarla ci sono sicuramente l’alternanza e gli stages. Assieme ai ministri Sacconi e Meloni, già a settembre 2009, abbiamo elaborato un piano in cui prevediamo iniziative per facilitare la transizione tra scuola e lavoro, il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, l’istituzione degli istituti tecnici superiori e il rilancio dell’apprendistato come contratto di primo impiego per i nostri giovani. Tutte queste iniziative sono già state attuate o stanno per esserlo. Per la transizione scuola-lavoro, abbiamo rilanciato la Borsa  del lavoro con lo sviluppo dei servizi offerti dal motore di ricerca istituzionale “clic lavoro” (www.cliclavoro.gov.it), che raccoglie le opportunità di occupazione e i curriculum di chi cerca un impiego e in cui saranno presenti anche i curriculum dei neolaureati, che ora le università sono obbligate a pubblicare gratuitamente per almeno un anno dopo la laurea. La riforma dell’istruzione tecnica e professionale è già partita, così come gli Its:  ne sono stati istituiti 58 e rappresentano un vero modello di integrazione, sono infatti gestiti da fondazioni a cui devono  partecipare un istituto tecnico o professionale, un’università e le imprese. Si può così realizzare una vera programmazione del fabbisogno di professionalità delle imprese e i percorsi di studi degli Its, in modo che il successivo avviamento al lavoro sia quasi automatico. Ci sono sicuramente altre cose da fare, come promuovere i dottorati di ricerca presso le imprese, anticipare il tirocinio e il  praticantato dal post laurea agli ultimi anni dei percorsi universitari, così come dovremo anche individuare misure per contrastare l’utilizzo improprio dei tirocini formativi, anche attraverso  i “buoni lavoro” che canalizzano in modo regolare e con copertura previdenziale le prime esperienze di lavoro dei giovani».

Nella vita, come a scuola, si può cambiare idea. Ma  per i giovani che studiano non è semplicissimo modificare il proprio percorso di formazione. C'è chi chiede di aprire nuove “passerelle” che diano modo ai giovani di passare dalla scuola alla formazione professionale o viceversa. È possibile?

«È necessario che le scelte, anche sbagliate, possano essere modificate e corrette. La scelta di un percorso di studi deve poter essere reversibile. Un giovane che dopo la terza media decide di proseguire in un percorso di formazione professionale, e poi di apprendistato, deve  poter tornare a studiare per conseguire un diploma, dopo la qualifica professionale. Allo stesso modo, un giovane che si iscrive in un Its deve poter andare all’università con il riconoscimento di crediti utili per il conseguimento della laurea. Questo dimostra come tutte le riforme, della scuola e dell’università, siano state concepite secondo una visione organica».

In un contesto di denatalità oramai cronica i giovani che sbagliano a scegliere il loro  percorso di studi rischiano di ingrossare le file del gruppone di diplomati senza specializzazione destinati a trovare un lavoro qualunque sia. O a non trovarne per nulla. Sbagliare la scelta iniziale è un lusso che non possiamo più permetterci. Ma come aiutare i giovani? E, soprattutto, verso quali lavori indirizzarli?

«Bisogna prevedere percorsi di orientamento che sappiano indirizzare gli studenti verso la scelta più adeguata alle singole caratteristiche e aspirazioni. Occorre anche che i giovani sappiano quali sono le richieste del mondo del lavoro, proprio per evitare che si perpetui il disallineamento tra scuola e lavoro. Il potenziamento dei servizi di placement nelle scuole e nelle università, il conferimento dei curriculum in “clic lavoro” e le analisi in corso per tracciare i percorsi di transizione tra scuola e lavoro sono strumenti importanti che tutti i giovani devono conoscere».

Fra le nuove lauree alcune si sono dimostrate poco o per nulla spendibili sul mercato, come quella in scienza della comunicazione: pochi i posti disponibili a fronte di migliaia di nuovi laureati ogni anno. Non sarebbe meglio introdurre una specie di segnaletica per identificare i percorsi  che rischiano di portare i ragazzi verso un vicolo cieco?

«Abbiamo già previsto che l’occupabilità garantita dalle università sia un parametro per la distribuzione premiale di una quota del finanziamento ordinario. Le università i cui laureati iniziano a lavorare prima avranno più risorse. La maggiore trasparenza e una sana competizione tra gli atenei permetteranno agli stessi di pubblicizzare maggiormente i propri successi e di conseguenza consentiranno agli studenti di scegliere con più consapevolezza percorsi e università in grado di garantire un lavoro all’altezza delle loro aspettative».

Cosa pensa della proposta del professor Bertagna di insegnare un lavoro manuale anche ai giovani che si stanno diplomando o laureando?


«La considero  una promozione dell’istruzione tecnica e professionale, dell’integrazione tra scuola e lavoro, il superamento di una mera classifica tra diversi percorsi di studio. È giusto che la “intelligenza nelle mani” di cui parlava Don Bosco sia valorizzata così come la valenza educativa del lavoro»

Un'ultima domanda: se le fosse dato di cambiare tre cose, dalla sera alla mattina, del nostro sistema scolastico, a cosa metterebbe mano?

«Abbiamo cambiato molto più di tre cose. Abbiamo realizzato molte riforme nella scuola e nell’università. Si tratta di cambiamenti importanti, i cui risultati arriveranno nel tempo. Certamente, sono stati meditati e ragionati. Le riforme della scuola non si possono fare dalla sera alla mattina. Nemmeno nei sogni».

di Attilio Barbieri

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Commenti all'articolo

  • pablolife

    06 Luglio 2011 - 08:08

    il risultato? un insieme di banalità senza eguali.....ha ragione Sgarbi (purtroppo) questa sig.ra non sà nemmeno di cosa parla.

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