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"Serve più creatività per convincere i capi"

Cecilia Spanu: "Non si può chiedere alle imprese di essere anche buone"

"Serve più creatività per convincere i capi"
«Non si può chiedere a un’azienda di essere buona. Le donne che lavorano, le mamme devono uscire da un equivoco che impedisce di adottare nuovi modelli organizzativi: il “come siamo brave noi e come sono cattive le aziende che non ci valorizzano” non ci porta da nessuna parte». A parlare è Cecilia Spanu, la vulcanica co-fondatrice assieme ad Anna Zavaritt di Moms@Work, il progetto di Gi Group dedicato alla consulenza sulla conciliazione famiglia-lavoro e al reinserimento delle professioniste-mamme nel mercato del lavoro.  «È una battaglia persa: trovarsi fra donne e accusare le imprese di non capire la condizione di mamma non porta da nessuna parte. Non è il miglior modo per affrontare la conciliazione fra vita personale e lavoro. Si finisce per battere le solite strade, gli schemi vecchi di sempre. Le aziende sono disponibili a introdurre  un'innovazione solo se intuiscono una convenienza a farlo. Sono queste le regole del gioco. Semmai la vera sfida è un'altra...».

Quale?

«Aiutare le aziende a uscire dal vecchio schema: la dipendente-mamma è un costo di cui mi devo disfare. È qui che dobbiamo incidere, aiutando chi si trova ai vertici del potere aziendale ad usare strumenti diversi, cambiando per esempio l’organizzazione del lavoro. Bisogna ragionare di possibilità concrete, di strumenti per cambiare il modo di lavorare che possano essere utili a tutti, uomini e donne. Anche a un padre. Non dobbiamo mai dimenticare mai che la vita non si ferma dentro alle mura dell’azienda, l’essere genitori è una responsabilità, ma deve essere anche un piacere e un compito che accomuna entrambi i genitori. Devi affrontarlo con gioia e con creatività. Bisogna saper uscire dalla dimensione burocratica, anche nel rapporto con il proprio datore di lavoro. So bene che il capo vorrebbe tutto da te, fino all’ultima goccia di sangue. Ma noi donne dobbiamo essere capaci di cambiare marcia, proporre soluzioni nuove che tengano conto della fase della  vita che stiamo vivendo. Quella di mamme con dei bimbi da crescere. Appellarsi ai diritti, ai principi porta soltanto in un vicolo cieco».

Facciamo qualche caso concreto. Lei dice: usciamo dagli schemi, dalla logica delle contrapposizioni fra imprese e genitori. Come si può farlo in concreto?


«Per esempio dotare una mamma di uno smartphone, un ufficio mobile in miniatura, che a veder bene non ha costi elevatissimi per le imprese, inserirla in un gruppo di lavoro che condivida a tutti i livelli le informazioni in modo che ogni fase del progetto, qualsiasi novità, venga resa disponibile su un database comune, accessibile anche a chi si trova fuori dall'azienda».

Un salto mica da poco...

«Bisogna avere il coraggio di far girare le informazioni anche al di fuori delle riunioni che magari si svolgono alle sette della sera. Utilizzare un nuovo modello organizzativo che permetta ad esempio la condivisione delle informazioni a distanza. Ed è precisamente ciò che è accaduto alla sottoscritta e ad Anna Zavaritt con Moms@Work. Certo, deve trattarsi di lavori che prescindano dalla presenza fisica, per esempio dalle mansioni legate a un lavoro alla catena di montaggio».

Alla fine parliamo di telelavoro...

«Qualcosa di più: lo definirei di e-work, lavoro con tecnologie mobili e molta flessibilità in entrata e in uscita».

Già, la flessibilità. Ma quale? Ciascuno le dà un significato diverso.

«Stante un monte ore settimanale da rispettare che la mamma arrivi in azienda due ore dopo l’orario consueto ed esca due ore più tardi alla sera, può cambiare poco sul risultato.  Lo stesso ragionamento si può fare anche per il congedo: perché non allungarlo in cambio dell’impegno da parte della mamma di operare da casa col telelavoro? Questa è la creatività che serve».

È necessaria però la reale disponibilità del datore di lavoro ad avventurarsi su questo terreno...

«Il capo che dà risposte negative lo fa per paura di cambiare, di creare un precedente».

E allora come se ne esce?


«Le aziende dovrebbero essere libere di concedere il telelavoro quando ritengono che possa funzionare. Dicendo no, per esempio, a un dipendente che si comporta da fannullone già in ufficio».

E se ti dicono no a prescindere? Non servirebbe una legge sull’esempio di quella che ha introdotto le quote rosa nei Cda delle grandi imprese? Forse potrebbe bastare soltanto una norma che obblighi il datore di lavoro ad aprire un tavolo di confronto...

«Forse sì, ma delle leggi che impongano qualcosa ho imparato a diffidare. Anche perché di solito le aziende, alla fine, trovano sempre il modo per aggirare le disposizioni. Semmai vale la pena di sforzarsi a dimostrare che la flessibilità paga. Anche in termini di risultati. E poi la legge 53 dà dei soldi alle imprese che introducono dei progetti per flessibilizzare il lavoro».

Ecco, parliamo dell’ultima novità. Martedì è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la modifica all’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, che prevede l’erogazione di contributi per finanziare progetti a favore di mamme e papà che lavorano...

«Sì, è un’ottima notizia davvero. Sarà possibile finanziare progetti per consentire alle lavoratrici e ai lavoratori di usufruire di particolari forme di flessibilitaà negli orari e nell’organizzazione del lavoro, per esempio il part time reversibile, il telelavoro, il lavoro a domicilio, la banca delle ore, l’orario flessibile in entrata o in uscita, su turni e su sedi diverse, l’orario concentrato. Avranno la priorità  i progetti che prevedano di applicare sistemi innovativi per la valutazione dei risultati per le misure di flessibilità introdotte, e per i progetti provenienti dalle piccole e medie imprese. Insomma, si può cominciare!».

intervista di Attilio Barbieri

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