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L'esame di Libero

Maurizio Lupi, il tema di maturità: "Stavamo per morire, invece possiamo rinascere"

Maurizio Lupi

«Non abbattere mai una palizzata prima di conoscere la ragione per cui fu costruita». Chi oggi parla di uscita dall’euro, se non addirittura dall’Unione europea, dovrebbe riflettere su questa frase di Gilbert K. Chesterton. Le differenze tra il 1914 e il 2014 stanno esattamente in questa palizzata eretta contro la guerra fra gli Stati nazionali del continente che è l’Unione europea.

Cento anni fa l’Europa era sull’orlo di un baratro chiamato Prima guerra mondiale. Un disfacimento fratricida conclusosi con l’umiliazione della Germania, uscita sconfitta dal conflitto, premessa di un altro disastro verificatosi vent’anni dopo la fine della guerra: un secondo conflitto mondiale il cui esito fu la spartizione del continente fra un’area di influenza americana e un regime totalitario costato settant’anni di libertà e di povertà a centinaia di milioni di persone.

Oggi l’Europa non è sull’orlo di un baratro, è di fronte a un’opportunità: ritrovare su nuove basi la coscienza che l’ha fatta nascere. Non c’è conflitto militare o guerra commerciale che possa annichilire l’avversario, la realtà prima o poi presenta il conto. O sotto la forma della vendetta o sotto quella della volontà di predominio. Se Carl von Clausewitz teorizzò che «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», oggi dobbiamo avere la consapevolezza che la politica è la continuazione della pace raggiunta attraverso la condivisione degli interessi economici. Sviluppo e benessere possono essere fini a se stessi o lo strumento con il quale costruire a livello europeo il bene comune. Dobbiamo cioè rendere comune quel bene (pace, democrazia, prosperità, il rifiorire della cultura e della vita sociale) pagato a caro prezzo dalle generazioni che ci hanno preceduto. Nel 1914 gli Stati Nazionali sancirono il massimo della divisione, nel 2014 i Paesi e le Nazioni dell’Europa unita possono, devono, ritrovare le ragioni di un’unità che non si può mai dare per scontata. Anche questo ci ha insegnato la storia del secolo breve: il progresso morale dell’umanità non è garantito. Non c’è purtroppo conquista dalla quale non si possa tornare indietro.

L’Europa è incorsa in questo errore, ha presupposto che lo sviluppo del processo di integrazione potesse essere affidato a meccanismi burocratico-contabili, che invece hanno finito per alimentare se stessi generando una sorta di Moloch tecnocratico autoreferente e che pare sordo alle vere esigenze dei 500 milioni di persone che la abitano. Al continente che ha affermato il valore della persona, della libertà e del lavoro serve oggi l’intelligenza dei fini che mancò ai suoi governanti un secolo fa. Quella spinta di idealità, realismo e impegno economico e culturale che invece accomunò i padri fondatori dell’Europa.

L’idea della politica come bene comune, che è più della logica di mediazione degli interessi, ha implicazioni concretissime e nella storia italiana del secolo scorso ha un esempio significativo: nel 1914 era analfabeta ancora il 46 per cento della popolazione, dopo la ricostruzione post-bellica questo indice si era ridotto al 5 per cento. C’è un analfabetismo politico nei confronti dell’Europa che può essere sconfitto solo dall’idea di una nuova rinascita.

di Maurizio Lupi
Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture

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