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Filippo Facci: la vita d'inferno di un povero traditore

Filippo Facci: la vita d'inferno di un povero traditore

Pubblichiamo il capitolo «Ti porto al motel», tratto dal nuovo libro dell’editorialista di Libero Filippo Facci: Uomini che amano troppo (Rizzoli, pp. 206, euro 17), in libreria da oggi.

«Che c’è?».
Niente, non trovo il calzino.
«Sei pensieroso».
Pensavo a una trasmissione che mi ha fatto incazzare.
«Perché?».
Ma niente, ormai c’è questa cosa che tutti dicono che siamo impoveriti, che c’è la crisi, che si è estinto il ceto medio.
«E allora?».
Io in quarant’anni non ho ancora capito che cosa sia, il ceto medio.
«Lo siamo tutti, ma c’è chi sta meglio e chi sta peggio, fine».
Però sta succedendo una cosa assurda. Cioè: da una parte aumenta la povertà delle famiglie, dall’altra aumentano anche i consumi di lusso.
«Perché i ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri...».
Ma no, questa cosa succede dentro la stessa classe economica. C’è una nuova umanità che incontri soprattutto al discount, o da Zara, nelle catene low cost, nei centri commerciali... ma... questo non è il mio calzino.
«È la mia calza».
Dicevo, c’è questa gente che magari fa la spesa al discount per riuscire a pagare le rate del mutuo, o delle vacanze, così si mette il cuore in pace: ma è la stessa gente che compra tv gigantesche e macchinoni e gadget e cazzate. Sono gli stessi: magari cedono sul cibo, ma se in famiglia sono in cinque hanno anche cinque cellulari.
«Passami la mia calza».
Non so, è come se fossimo diventati tutti degli straccioni ma con l’iPhone e l’abitino figo, l’immagine è tutto, c’è sempre più povertà ma ci sono ristoranti e posti di vacanza che sono pieni di gente.
«Molti però chiudono».
Chiudono quelli più poveri e normali, quelli di lusso invece impazzano. Ti ricordi la fila da Prada? Mica erano tutti giapponesi. E a mangiare da coso, come si chiama: devi prenotare tre giorni prima per poi farti rapinare. Ecco, quegli imbecilli in fila: sono loro il simbolo di questa epoca idiota.
«Secondo me no».
Eh?
«Il simbolo secondo me è un altro».
Cioè?
«Sono i motel».
I motel? Cazzo c’entrano i motel?
«Senti, ma hai visto fuori? Anche questo motel è sempre pieno.»
Tu che ne sai?
«Basta guardare, c’è una macchina davanti a ogni casottino, e ognuno ha la lucina rossa accesa».
Che occhio.
«Il simbolo della nostra epoca sono i motel sempre pieni. Che poi, anche loro, sono dei discount del sesso. Ma sono eterni: crisi o non crisi, sono pieni, è un mercato stabilizzato, collaudato, fondato sulla convenzione accettata e per cui l’adulterio è una regola assoluta, è un bisogno primario. La gente ha meno soldi, ma i motel sono pieni. Sempre. Nel paniere economico i motel dovrebbero entrare d’ufficio».
Riecco la manager. Però nei motel c’è anche gente che viaggia, o ragazzi che vogliono imboscarsi e non sanno dove andare.
«Ma no, non qui, è troppo caro, troppo fuori mano, troppo da battone».
L’hai detto tu.
«Mi piace per questo, ma qui le battone sono poche. Qui è pieno di gente che ufficialmente è a giocare a calcetto, in palestra, a correre, a lezione di zumba, oppure è rapita da riunioni che non finiscono mai, da cene d’affari improvvise, da incontri di lavoro da preparare, dal capo che gli vuole parlare».
Al motel.
«Infatti. Ed è pieno, di motel. Tradire è un attimo, è facile, comodo, semplice».
Semplice?
«Sì».
Ma tu sei fuori. Tu non sai le cazzate che devo inventarmi ogni volta che vogliamo vederci.
«Quello è un problema tuo, che hai una coda di paglia lunga un chilometro. Tu non sei neanche capace di dire “non torno per cena” senza farne ogni volta un romanzo».
Io ho una moglie.
«E io ho un marito, che vuol dire?»
Vuol dire che mia moglie è gelosa, e tuo marito no, o forse di meno. Mia moglie vuole sapere, mi fa un sacco di domande, le basta mezzo dubbio e parte il telefilm. Tu dici che oggi è più semplice, ma un tempo ti chiedevano conto di un capello, di un profumo che avevi addosso, male che andasse ti potevano trovare scontrini o conti di ristorante o di motel o ticket autostradali: nessuno frugava tra gli sms e le email per scoprire cose inesistenti ma magari imbarazzanti, flirt senza sostanza, come succede sempre a me.
«Non ho capito: tua moglie ti ha beccato che combinavi via internet?»
Ma no, il bello è che non combinavo niente, è questo che mi fa incazzare: magari facevo solo lo scemo con un’amica oppure, ecco, corteggiavo qualche scema che tanto non vedrò mai, perché vive a Isernia o in Lussemburgo, ma tu vaglielo a spiegare.
«Niente di drammatico, mi sembra».
Non hai capito: la mia vita è un inferno. Una volta non c’erano le chat, Skype, Facebook, WhatsApp, le geolocalizzazioni, non eravamo tutti tracciati come bistecche, non c’era la bolletta con tutte le telefonate, il resoconto del telepass con le tratte autostradali, i percorsi del navigatore, il resoconto degli acquisti con la carta, telecamere e webcam dappertutto, addirittura agenzie investigative da tre soldi o microspie acquistabili su internet, non c’era un cazzo. Anche spiare è low cost, ormai.
«Cioè, lei ti controlla così? Fa queste cose?»
Ma no, cioè non so. Però potrebbe anche farle, in fondo basta una volta. Si vive nel terrore. L’altra sera ho rivisto Il dottor Živago: c’era lui che viveva imboscato in una casetta di campagna con la moglie e la figlia, e però, tutti i santi giorni, se ne andava a cavallo in una cittadina distante otto chilometri dove faceva semplicemente quel che voleva. Una meraviglia: ciao, vado, ciao, sono tornato. Di una persona non sapevi più nulla fino a sera. Ora ho letto che il controllo sui cellulari viene regolamentato nei contratti prematrimoniali. I videofonini stanno prendendo il largo. Sei appena nato e hai già una telecamerina sparata addosso, un interfono per controllare se piangi, una webcam per vederti dall’ufficio. Il Grande Fratello, la grande madre, la piccola moglie.
«Tu però sei un po’ paranoico. Io se scoprissi che mio marito mi ha guardato nel cellulare potrei anche lasciarlo».
E perché?
«Perché senza fiducia una relazione non ha senso».
Fiducia…? Ma ti ho appena...
«Non c’entra. I gelosi sono brutte persone, la gelosia fa schifo e basta, è solo amor proprio, possessività, insicurezza, ansia di controllo, è volere bene all’altro soltanto per come si relaziona a noi».
È bello sentirtelo dire con ancora addosso… tracce di…
«Io comunque un’inchiesta sociologica la farei partendo da qui, dai motel».
Allora siamo già avanti: noi ci siamo fatti tutti quelli della riviera.
«Ho letto di gente che lascia i bambini nella sala giochi dell’Ikea e poi va a trombare per un’oretta al motel».
Geniale.
«Le categorie sociali si stanno ridisegnando, è vero, ma i bastioni restano lì, fermi: la famiglia, per esempio, e il tradimento. Due punti di equilibrio, due contrappesi».
E due calzini, se mi aiuti a cercarlo. Devo essere a casa entro mezz’ora o parte l’inchiesta sociologica, la sua.

di Filippo Facci

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Commenti all'articolo

  • frateindovino

    31 Gennaio 2015 - 14:02

    macchissenefrega

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  • sig.nessuno

    30 Gennaio 2015 - 16:04

    Selvaggia Lucarelli senza bocce e capelli in pratica.

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