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Occidente dominato

L'anno in cui non esisteremo più: la profezia nera sulla nostra fine

L'anno in cui non esisteremo più: la profezia nera sulla nostra fine

Per gentile concessione dell’editore Neri Pozza, pubblichiamo un estratto da «2084», il romanzo dello scrittore algerino Boualem Sansal da oggi in libreria. Di quest’opera si discute da mesi, è stata un vero caso editoriale. Racconta un Paese, l’Abistan, in cui si parla solo in abilang (le altre lingue sono vietate perché permettono di pensare), e dove la religione del dio Yolah domina ogni aspetto della vita dei cittadini. Da un certo punto di vista, l’algerino Sansal immagina come sarebbe uno stato governato da fanatici come quelli del Califfato di al-Baghdadi. Così, se «Sottomissione» di Michel Houellebecq era sconvolgente, questo libro lo è ancora di più, perché la distopia che mette in scena appare terribilmente reale. (Francesco Borgonovo)

Ati aveva perso il sonno. L’angoscia lo assaliva sempre più presto, allo spegnersi delle lampade o anche prima, quando il crepuscolo dispiegava il suo livido velo e gli ammalati, stanchi della lunga giornata di vagabondaggi fra corsie e corridoi, fra corridoi e terrazze, cominciavano a tornare ai loro letti con passo strascicato, scambiandosi grami auguri in vista della traversata notturna. L’indomani alcuni non sarebbero più stati lì. Yölah è grande e giusto, egli dà e toglie a suo piacimento.

(…) I rumori familiari del sanatorio lo tranquillizzavano un po’, anche se esprimevano la sofferenza degli uomini e i suoi assordanti terrori o le vergognose manifestazioni della macchina umana, ma senza sovrastare il fantomatico borborigmo della montagna: un’eco remota che lui più che udire immaginava, scaturita dalle viscere della terra, pregna di miasmi e di minacce. E quella montagna dell’Ouâ ai confini dell’impero, lugubre e opprimente lo era davvero, tanto per la sua immensità e il suo aspetto scabro quanto per le storie che circolavano nelle valli e salivano fino al sanatorio sulle orme dei pellegrini che due volte l’anno attraversavano la regione del Sîn, facendo sempre una deviazione all’ospedale in cerca di calore e di viveri per il viaggio.

(…)
I pellegrini erano le uniche persone autorizzate a circolare, non a loro piacimento ma in base a precisi calendari, lungo itinerari ben segnalati dai quali non potevano deviare, scanditi da aree di sosta piazzate in mezzo al nulla, aridi altopiani, steppe infinite, fondi di canyon, località senz’anima, dove li si contava, li si suddivideva in gruppi come gli eserciti in assetto di guerra che bivaccano attorno a mille fuochi da campo in attesa dell’ordine di riunirsi e partire. Talvolta le pause duravano così a lungo che i penitenti si stanziavano in enormi bidonville e si comportavano come profughi abbandonati a se stessi, senza più sapere con esattezza che cosa avesse alimentato i loro sogni il giorno prima. Nella provvisorietà perenne c’è una lezione: ciò che importa non è più la meta ma la sosta, per quanto precaria sia; offre riposo e sicurezza, e in tal modo esprime l’intelligenza pratica dell’Apparato e l’affetto del Delegato per il suo popolo. Soldati apatici e commissari della fede inquieti e attivi come suricati si alternavano lungo le strade, in punti nevralgici, per sorvegliare il passaggio dei pellegrini. Che si sapesse, non si era mai verificata un’evasione o una caccia all’uomo, la gente andava per la sua strada come le veniva detto, trascinando i piedi solo quando la fatica si faceva sentire e cominciava ad assottigliare i ranghi. Tutto era ben regolato e passato al pettine fitto, non poteva accadere nulla che esulasse dall’espressa volontà dell’Apparato.

(...)
La malattia e la morte stessa, le cui visite erano fin troppo frequenti, non incidevano sul morale delle persone. Yölah è grande e Abi è il suo fedele Delegato.

Il pellegrinaggio era l’unico pretesto legittimo per circolare nel paese, a parte le esigenze burocratiche e commerciali per le quali gli interessati disponevano di un salvacondotto che andava vidimato a ogni tappa della missione. Nemmeno questi controlli che si ripetevano all’infinito e mobilitavano nugoli di addetti e controllori avevano una ragion d’essere, erano un retaggio di qualche epoca dimenticata. Il paese viveva guerre ricorrenti, spontanee e misteriose, questo era certo; il nemico era ovunque, poteva irrompere da est o da ovest quanto da nord o da sud, si stava all’erta, non si sapeva che faccia avesse né cosa volesse. Lo si chiamava il Nemico, con la maiuscola espressa dal tono di voce, e tanto bastava.
(...)
Si parlava della Grande Miscredenza, si parlava dei makuf, neologismo che designava rinnegati invisibili e onnipresenti. Al nemico esterno si era sostituito il nemico interno, o viceversa. Poi venne il tempo dei vampiri e degli incubi. In occasione delle cerimonie solenni si evocava un nome gravido di tutte le paure, lo Shaitan. Si diceva anche lo Shaitan e la sua congrega. Alcuni l’hanno interpretato come un altro modo per dire il Rinnegato e i suoi, espressione che la gente capiva piuttosto bene. Non è tutto: chi pronuncia il nome del Maligno deve sputare per terra e ripetere tre volte la formula consacrata: «Che Yölah lo bandisca e lo maledica!» In seguito, superati ulteriori impedimenti, si diede finalmente al Diavolo, al Maligno, allo Shaitan, al Rinnegato, il suo vero nome: Balis, e i suoi adepti, i rinnegati, divennero i balisiani.

Così sembrava tutto più chiaro, ma per molto tempo, comunque, ci si continuò a chiedere come mai fossero stati usati per un’eternità tanti falsi nomi. La guerra fu lunga, e più che terribile. Qua e là, anzi ovunque a dire il vero (…), se ne vedono le tracce religiosamente conservate, allestite come installazioni artistiche di enormi proporzioni esposte al pubblico: complessi di edifici sventrati, muri crivellati, interi quartieri sepolti sotto le macerie, carcasse eviscerate, enormi crateri trasformati in immondezzai fumanti o putride paludi, mostruosi cumuli di ferraglie contorte, dilaniate, fuse, nelle quali si vanno a leggere segni e, in certi luoghi, grandi aree proibite, di varie centinaia di kilosicca o shabir quadrati, cinte da rozze palizzate nei luoghi di passaggio, a tratti divelte, territori spogli, spazzati da venti gelidi o torridi, che sembrano essere stati teatro di eventi al di là dell’umana comprensione, pezzi di sole caduti sul pianeta, magie nere che abbiano scatenato fuochi infernali, e chissà che altro.

(…)
Cartelli informativi posizionati in punti strategici spiegavano che dopo la Guerra, denominata Shar, la Grande Guerra santa, le distruzioni si estendevano all’infinito e i morti, novelli martiri, si contavano a centinaia di milioni. Per anni, per interi decenni, per tutta la durata della guerra e anche molto dopo, uomini grandi e grossi hanno lavorato a raccogliere i cadaveri, trasportarli alla meglio, accatastarli, cremarli, trattarli con la calce viva, nasconderli in trincee senza fine, ammucchiarli nelle viscere di miniere abbandonate, in grotte profonde poi richiuse con la dinamite. Un decreto di Abi ha autorizzato per il tempo necessario queste pratiche, ben lontane dal rituale funerario del popolo dei credenti. (…)

Quanto al Nemico, era semplicemente scomparso. Non si trovò mai alcuna traccia del suo passaggio nel paese, della sua miserabile presenza sulla terra. Stando all’insegnamento ufficiale, la vittoria su di lui fu «completa, definitiva, irrevocabile». Yölah aveva deciso, aveva donato al suo popolo più che mai credente la supremazia, promessa fin dalle origini. Una data si era imposta, chissà come o perché si era stampata nel cervello di tutti quanti e compariva sui cartelli commemorativi affissi accanto alle vestigia: 2084. Aveva a che fare con la guerra? Forse. Non si precisava se riguardasse l’inizio o la fine o un particolare episodio del conflitto. La gente aveva formulato un’ipotesi, poi un'altra, più ingegnosa, in relazione con la santità della propria vita. La numerologia divenne uno sport nazionale, si sommò, si sottrasse, si moltiplicò, si fece tutto ciò che era possibile fare con i numeri 2, 0, 8 e 4.

Per qualche tempo si affermò l’idea che il 2084 fosse semplicemente l’anno di nascita di Abi, o quello in cui fu illuminato dalla luce divina, al compimento del suo cinquantesimo anno di età. Sta di fatto che ormai nessuno dubitava che Dio gli offrisse un ruolo nuovo e unico nella storia dell’umanità. Proprio a quell’epoca il paese, detto semplicemente «paese dei credenti», fu chiamato Abistan, un bellissimo nome, usato dalle autorità, Onorevoli e Adepti della Giusta Fraternità e membri dell'Apparato. Il popolino aveva mantenuto la vecchia denominazione di “paese dei credenti” e nella conversazione quotidiana, dimenticando rischi e pericoli, andava per le spicce, diceva «il paese», «la casa», «da noi». Lo sguardo dei popoli è così, noncurante e davvero poco creativo, non vede più in là del proprio uscio. Sembrerebbe quasi una forma di cortesia: l’altrove ha i suoi proprietari, guardarlo equivale a violare un’intimità, infrangere un patto. Definirsi abistanese, abistani al plurale, aveva una connotazione ufficiale ansiogena, che evocava seccature e richiami all’ordine, quando non citazioni in giudizio, la gente parlava di sé dicendo «la gente», convinta che questo bastasse per riconoscersi.

A un certo punto la data è stata messa in relazione con la nascita dell’Apparato e, in seguito, con quella della Giusta Fraternità, la congregazione di quaranta dignitari scelti da Abi in persona fra i credenti più fidati, dopo che egli stesso era stato eletto da Dio per assisterlo nel colossale compito di governare il popolo dei credenti e condurlo tutto quanto nell’altra vita, dove ognuno si vedrà interrogare sulle proprie opere dall’Angelo di giustizia. Veniva detto loro che in quella luce l’ombra non nascondeva nulla, era come un rivelatore. Proprio durante i cataclismi che si susseguirono senza tregua venne attribuito a Dio un nuovo nome, Yölah. I tempi erano cambiati, secondo la Promessa primordiale era nato un altro mondo, in una terra purificata, consacrata alla verità, sotto lo sguardo di Dio e di Abi, bisognava rinominare tutto, riscrivere tutto, in modo che la nuova vita non fosse in alcun modo contaminata dalla Storia precedente ormai obsoleta, rimossa come se non fosse mai esistita.

Ad Abi la Giusta Fraternità attribuì il titolo umile ma così esplicito di Delegato e inventò per lui un saluto sobrio e commovente, si diceva «Abi il Delegato, che la benedizione sia su di lui» e ci si baciava il dorso della mano sinistra.

di Boualem Sansal
© 2016, Neri Pozza Editore

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Commenti all'articolo

  • cartonito

    01 Marzo 2016 - 21:09

    Marco Aloi io non sono un buonista ben pensante e pure mi è venuta lo stesso la diarrea ,forse ha sbagliato strada ? BO !

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  • buonavolonta

    26 Febbraio 2016 - 13:01

    qui di esperti che studiano il problema non si trovano perchè accogliere è cristiano ,ma farsi uccidere da quelli che accogli...ditemi voi cosa siamo... esempio : un buon papa ha tre figli ogni sttimana si porta a casa un orfanello facendo così un opera buona dopo un anno ha 48 orfanelli ..e non piu i suoi 3 bambini che sono morti di fame nel frattempo.............................................

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  • infobbdream@gmail.com

    infobbdream

    26 Febbraio 2016 - 11:11

    E chi se ne frega , io non ci sarò' più , si arrangi chi resta. Non sono altruista sono egoista e penso solo ed esclusivamente per me stesso. Gli italiani non meritano una sorte migliore

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  • fausta73

    26 Febbraio 2016 - 08:08

    E chi se ne frega: questo non è vivere ma sopravvivere, non ho nulla da perdere

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