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"Indro al Giro", quando Montanelli cantava (e inventava) il ciclismo

"Indro al Giro", quando Montanelli cantava (e inventava) il ciclismo

«Fanno proprio sul serio questi uomini quando si curvano sul manubrio e, dimenandosi sul sellino con moto ondulatorio, divorano la strada a 45 chilometri all' ora?». Il dubbio se lo poneva Montanelli nel 1947, quando ancora non si era lavato l' odor di fascismo. Sì, poteva scrivere per il Corriere, ma soltanto del Giro d' Italia. Gli accordi erano chiarissimi: no alla politica, sì al ciclismo.

Lo stesso ciclismo su cui appena nel 1939 Montanelli si era tradito: in una corrispondenza dal Duce assai apprezzata narrò dei corridori italiani che, nel corso di un'«impresa d' ardimento» in Germania, si fermarono ad aiutare i coloni a mietere il grano. Fu smentito. Era una bugia, in un' epoca in cui il ciclismo era pura narrazione: solo chi era in carovana sapeva.

Ma tant' è. Qualche anno dopo erano già gli anni di Coppi e Bartali, storia in divenire. Ma a Montanelli non bastava. E gli accordi col Corsera li dribblava, infilando la politica tra le ruote che si misuravano lungo un' Italia sterrata. La strategia di Bartali nel 1947 diventa «degasperiana», mentre il Giro del 1948 è «saragatiano». La narrazione sportiva fluiva da un punto di vista talvolta sfacciatamente politico. E così, come sempre ci si è interrogati sul «teatrino» della politica, Montanelli si arrovellava sul «teatrino» della pedalata: «Fanno proprio sul serio questi uomini?».

I due anni di "purgatorio sportivo" sono stati raccolti in un volume, Indro al Giro (Rizzoli, pp. 250, euro 12,90). L' opera, a cura di Andrea Schianchi, propone un affresco dell' Italia nel dopoguerra. Ci sono le tappe, le cadute, il sudore.

Ma c' è anche il racconto di ciò che eravamo. C' è un diario in cui Montanelli - all' epoca 38enne - rivela la sua infanzia, l' esperienza in Africa, le armi. C' è quella testa dura di Italo De Zan che, in fuga, faceva perdere la brocca ad Ortelli. C' è l' Emilia, «fatta di esuberanza e di generosità», e c' è la Toscana di Indro, «fatta di calcolo e perfidie». Ci sono i tifosi di Coppi, che lordavano i muri con «calce e pennello» e si rivelavano «come gli infioratori di piazzale Loreto a Milano: non escono di casa che col calar delle tenebre». A Terontola c' è la scritta «Gino», che copre la scritta «Togliatti» che a sua volte copre un «Duce» che ormai «appena si intuiva». C' è la storia.

«Chi non ha conosciuto tutto questo, chi non ha conosciuto il Giro è come chi non ha conosciuto suo nonno, De Amicis e la piccola vedetta lombarda», chiosava Montanelli congedandosi dalla cronaca del 1947. Un' equazione imperfetta, ma efficace, per descrivere la bici, l' Italia e un popolo al quale - senza parlare di politica? - suggeriva: «Disobbedite, disobbedite sempre. Anche nel Giro d' Italia. È solo così che si mandano all' aria le dittature dei capitani».

di Andrea Tempestini
@anTempestini

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