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Il ritorno

Longanesi ignorato dalla stampa che creò

Non mi è chiaro se sia colpa del genio -sedicente «carciofino sott’odio» romagnolo, «forcipe della modernità» in ogni arte, borghese figlio di industriale borghese, che s’eccitava a rendere i borghesi stessi carne da cannone-; o del suo biografo -cantore di una destra lirica e inesistente, catanese,vagabondo di mondi letterari-. Non è chiaro.

Ma è un fatto che Il mio Leo Longanesi (Longanesi pp 259, euro 18,60 che sarà presentato venerdì pomeriggio al Circolo Ufficiali di Castelvecchio di Verona) a cura di Pietrangelo Buttafuoco, nonostante renda omaggio ai 70 anni dell’omonima casa editrice, non trovi spazio sui grandi giornali Corriere della sera e Repubblica, soprattutto. «Non so dirti se per colpa mia o di Longanesi, controcorrente anche da defunto; ma forse è colpa mia. Peccato, perchè Leo è stato il creatore del giornalismo moderno sia attraverso Montanelli che Scalfari, il cui Espresso era figlio di Omnibus...», ci confida Buttafuoco «certo, mai come oggi tanti -scriveva- tanti asini dirigono i giornali. Una volta, almeno, sotto Berlusconi, c’era qualcuno, tra i giornali istituzionali, che faceva l’opposizione. Oggi, zero. Facesse Repubblica non dico dieci domande a Renzi, ma almeno una alla Boschi. E il Corriere oggi mi ricorda il Tg4 di Emilio Fede». Buttafuoco è un tantinello critico. Peraltro, con quest’antologia longanesiana, dato il suo «nutrimento a pane e Longanesi» ha sì consegnato alla posterità 2.0 il ricordo di un gigante del Novecento di un metroesessanta e dal talento siderale; ma s’è anche sottoposto ad una sua personale seduta di psicanalisi. «Ma è perchè i suoi testi, pur essendo del secolo scorso, ci mettono di fronte all’inadeguatezza di vivere il contemporeaneo» risponde Buttafuoco «aveva, Longanesi, il “gran naso” in tutto: nella scrittura, nella grafica, perfino nella pubblicità. Senza Longanesi non ci sarebbero stati la Vespa o il gusto del Fernet. E, se ci pensi, anche nel cinema era un mostro: trattava il cinema italiano come una serie di cartoline patinate, tutta la sua vita è stata la costruzione di una grande sceneggiatura; aveva completato, dopo Goldoni e Rossini, il canone della commedia. Senza di lui non avremmo riconosciuto il genio di Germi, Risi o Monicelli. Attingeva alla folla dell’italiano bigotto, mediamente colto, che va avanti per luoghi comuni». D’accordissimo, Longanesi era un genio poligrafico. E distillava aforismi alla Cioran, alla Bierce, o alla Wilde: starebbero perfettamente nei 140 caratteri di Twitter, «... e rimarrebbero a memento, produceva cose che nessuno buttava via», ribatte Buttafuoco.

Oggi si potrebbe dire che aveva l’X-Factor? «...Ecco, Longanesi era un agitatore. In televisione avrebbe, oggi, spopolato; l’avrebbe non subita, ma vestita di urgenze virtuose. Così come nella grafica esaltò il carattere Bodoni, del video, Leo avrebbe fatto un uso maieutico». E, aggiungo io, Longanesi, era pure un grande organizzatore editoriale. Non leggeva i talenti letterari che lanciava, li annusava. Per dire. Commissionava un articolo a Moravia e poi chiedeva al redattore Montanelli di prenderne l’ultimo capoverso e spostarlo al primo e viceversa, come se il pezzo fosse una giacca di tweed, dove «il pregiato sta dentro». E poi commentava: «Moravia ha fatto un pezzo bellissimo»; «ma se non l’hai letto...», gli diceva Montanelli; e Longanesi: «Appunto.» Buttafuoco si accende: «Vero, vero. E come editore Longanesi aveva inventato Giuseppe Berto, e Vitaliano Brancati, e l’Ennio Flaiano dell’unico romanzo, Tempo di uccidere. Oggi io credo che Leo godrebbe nel pubblicare uno come Andrea Vitali».

Longanesi era la destra storica, la borghesia della battuta fulminante, del paletot grigio e della vecchie zie. Rimarca Pietrangelo: «Ma oggi da questa destra scapperebbe a gambe levate. E sicuramente non starebbe a sinistra». Nell’antologia di Buttafuoco, Longanesi, il «dottor Naso» («scriveva di lui Montanelli: «come tutti gli artisti andava a naso, a intuito, con un invisibile radar nel cervello») viene ascritto alla categoria immortale degl’«italiani assoluti», assieme a Carmelo Bene nel teatro, ai fratelli Conte e a Francesco De Gregori nella musica, «ma anche Vincino nella satira, o Elio e le Storie Tese tout court». Longanesi era laico fino al midollo, con un certo rispetto per la porpora. «Ma sai cosa avrebbe fatto con Papa Francesco? Nulla. Avrebbe fatto di tutto per far ritirare le dimissioni a Ratzinger...».

di Francesco Specchia

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