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La rivincita

Come distruggere l'Unione Europea: Becchi, il piano per la libertà italiana

Come distruggere l'Unione Europea: Becchi, il piano per la libertà italiana

L’evento storico che si è verificato con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa ha creato una nuova figura di giornalista: il terrorgiornalista, o semplicemente l’idiota che dà la colpa ai vecchi cattivi euroscettici e difende i bravi giovani europeisti. L’idiota evidentemente non conosce il criterio base della democrazia, e cioè che ogni voto vale uno. Non ci curiamo dei cretini, cerchiamo di fare un minimo di analisi geopolitica sull’unico giornale che ha saputo anticipare quello che stava accadendo.

Nessun Impero, anche se sembra eterno, può durare all’infinito. Neppure quello costruito in Europa con la Ue a dominio germanico: il Quarto Reich, da cui sono usciti ora gli inglesi. Dominare su tutti e su tutto alla lunga è impossibile. Potranno anche tramontare gli Stati ma non tramonteranno mai i popoli con le loro differenze culturali, le loro tradizioni, i loro costumi. Nuclei irriducibili di identità storico-culturali. L’Ue è omologante, impone ai popoli la perdita delle proprie radici per sostituire ad esse l’unificazione indifferenziata nel mercato unico. Ma il tentativo di omologare l’Europa annullando il pluriverso dei popoli che la abitano alla lunga è destinato a fallire: la storia non sembra andare verso uno Stato mondiale governato da una superpotenza planetaria che controlli l’intera umanità e neppure verso gli Stati Uniti d’Europa. E dire che il più grande filosofo politico della seconda metà del Novecento, John Rawls, ci aveva messo in guardia al riguardo: «In Europa esistono singoli Stati-nazione ciascuno con le proprie istituzioni, memorie storiche e forme e tradizioni... elementi che sono di grande valore per i cittadini».

Come dargli torto. Siamo irriducibilmente diversi, un pluralismo di lingue, culture, tradizioni, contraddistingue i popoli europei e nessuna tecnica, neppure quella politica, riuscirà a realizzare il processo di una radicale Entortung e la centralizzazione assoluta. Il dilemma, di cui con grande preveggenza parlava Carl Schmitt già alla metà del secolo scorso, «tra universo e pluriverso», «ovvero se il pianeta fosse maturo per il monopolio globale di un’unica potenza o fosse invece un pluralismo di grandi spazi», sembra essere risolto in questo secondo senso.

Viviamo in un mondo multipolare, in cui culture e tradizioni diverse, frutto di specifità nazionali e persino regionali che si sono sedimentate nel tempo, potrebbero tra loro reciprocamente rispettarsi sulla base, per dirla con Rawls, di un minimo di overlapping consensus. Un nuovo ordine, capace di garantire la pace, può scaturire solo dal riconoscimento di queste diversità. La pace si fonda sul rispetto delle differenze, non sul terrore dell’identità. Abbiamo bisogno di un nuovo diritto delle nazioni, fondato sul principio «stare con chi si vuole stare, con chi ci vuole», e di giuristi capaci di pensarlo.

Gli Stati europei, e la Gran Bretagna lo ha ora mostrato, oppongono una sorprendente resistenza al loro superamento: una voglia di indipendenza, di nazione si respira di nuovo in Europa. Anche se l’ordine vestfalico su cui sono costruiti è al tramonto il risultato della politica dell’Unione Europea non è stato all’altezza del compito storico. L’Unione, il suo rafforzamento, non è la soluzione ma il problema. Con un golpe è stato introdotto l’euro e con un golpe permanente viene difeso a oltranza, anche se oramai è evidente a tutti che la moneta unica invece di unire sta provocando divisioni laceranti. L’incapacità di trovare persino una risposta unitaria all’immigrazione ha rilanciato inaspettatamente la sovranità dei singoli Stati nazionali e contribuito a mettere ulteriormente in crisi l’Unione.

L’Europa immiserita a causa di una crisi economica permanente dovuta principalmente all’euro, sottoposta a grandi, incontrollate migrazioni è in crisi. E la crisi ora è diventata palese. Per la prima volta uno Stato si è ribellato all’Impero e ha chiesto di uscirne. Perché in Europa ci sia un nuovo inizio dovrà prima crollare l’intera impalcatura su cui è stata costruita l’Unione a partire dal Trattato di Maastricht, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. L’Unione Europea, il «sanftes Monster» di cui parla il grande intellettuale tedesco Hans Magnus Enzensberger, nasce con quel Trattato e da allora l’Unione è diventata sempre più simile all’Unione sovietica e c’è solo da augurarsi che faccia presto la stessa fine. Una nuova Europa può sorgere solo all'’ombra della sua tomba.

di Paolo Becchi

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Commenti all'articolo

  • nick2

    28 Giugno 2016 - 11:11

    Dopo che Grillo ti ha dato un calcio nel culo, Libero ti dà il benvenuto, Becchi. Qui non troverai giornalisti ed economisti idioti che incolpano gli euroscettici. Qui, insieme a luminari del calibro di Claudio Borghi Aquilini e Alberto Bagnai ci potrai dare lezioni disinteressate di economia e di democrazia. Questo giornale è veramente uno spasso. Peccato sia alle comiche finali…

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