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Sì, no, boh

Sì, no, boh

Nessuno legge più i programmi dei partiti, nessuno ne verifica la realizzazione, nessuno parla più di futuro in termini di idee, nessuno pensa più a lungo termine se non per fare propaganda schiacciata sul presente, nessuno fa piani veri: eppure continuiamo a sezionare la politica come se avesse sempre uno spessore degno di merito (per pagine e pagine) e come se ogni scena celasse sempre un retroscena, come se dietro ogni scarabocchio ci fosse un disegno. Nella Prima Repubblica c'era più politica e meno giornalismo: oggi è il contrario, ogni cazzata in tarda mattinata è già stata centrifugata in più talkshow sino a sfibrare lo scarso materiale disponibile. Tra i risultati c'è che ognuno può dire ciò che vuole: tanto, tra un minuto, nessuno lo ricorderà più. Un tempo c'erano giornalisti - tra questi io, o Marco Travaglio - specializzati nel registrare le incoerenze di tizio e di caio, tipo: oggi dice questo, ma ieri diceva quest'altro. Oggi non gliene frega più a nessuno. I giornali, in questi giorni, hanno messo in fila gli infiniti voltafaccia dei Cinque Stelle sull'Euro e sulla Brexit: roba che manco gli schizofrenici: sì, no, boh, forse. Ebbene, ci è toccato leggere di «lunga circumnavigazione intorno all'idea europea» (Repubblica) e di «vocazione di governo che nessuno aveva mai notato prima» (Il Foglio). Sono solo sparate casuali, singhiozzi, parolame quotidiano, lo sappiamo tutti: eppure facciamo una fatica del diavolo ad ammettere che la politica - una certa politica - è finita.

di Filippo Facci
@FilippoFacci1

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