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Il ritorno

Marsilio torna a De Michelis: così l'Antitrust lo ha costretto a pagare

Marsilio torna a De Michelis: così l'Antitrust lo ha costretto a pagare

Il professor Cesare De Michelis -veneziano, classe '43, storico di pregio, bibliomane invincibile, vene sature d' inchiostro e d' epica della Serenissima - accoglie la notizia della riconquista del controllo della sua casa editrice, la Marsilio, strappata al conglomerato editoriale della "Mondazzoli" per 8,9 milioni di euro. Lo fa con una puntina d' ironia.

Caro De Michelis, la vostra famiglia s' è ripresa tutta la casa editrice che, dal 2000, era stata al 51% di Rizzoli. Mi ricorda quel vecchio editoriale di Montanelli tornato ai suoi lettori: «Dove eravamo rimasti?»

«Eravamo rimasti che ora stiamo peggio di prima»

Come dice, scusi?
«Avevamo ceduto eroicamente una parte della società a Rcs e adesso, per un ordine altrui che non mi va giù, ce la siamo dovuta ricomprare. L' Authority Antitrust ritiene che Mondadori, con Marsilio, violi le leggi del monopolio, senza Marsilio no; pensare che una piccola azienda come la nostra sia determinante al fine della pluralità del mercato editoriale lo trovo stravagante»

Ma, allora, scusi, la creatività dell' artigianato, la libertà riacquistata, il frisson del riscatto, «piccolo è bello»?...
«Figurarsi. Non si può, col mercato di oggi, rimanere isolati. Piccoli sono solo i bambini, ma i bambini crescono e, se non crescono, vuol dire che sono malati. E crescere, in editoria, significa fare strada insieme»

Fare strada con chi?
«Non so ancora . Ci diamo un paio d' anni di tempo per trovare un partner, è come quando ci si sposa: io non sono per i matrimoni frettolosi. Piccolo non è bello»

Noto disappunto. Ma allora perché ricomprare?
«Non c' era alternativa; per uscire da Rizzoli abbiamo dovuto cedere tutta la nostra partecipazione, oppure la società andava all' asta. Eravamo pronti a ricomprare le nostre quote, ma ce le siamo dovute ricomprare tutte. 8,6 milioni, quasi 9 . Cifre che mi fanno orrore. Abbiamo subito la decisione, altro che riscatto»

La Marsilio è del 1961, nata dalla follia d' un drappello di universitari - Negri, Ceccarelli, Tinazzi, ecc-. Nel '65, a rafforzarne lo spirito ghibellino, siete entrati lei e suo fratello Gianni. In effetti non è sempre stata una proprietà diffusa?
«Infatti si chiama "Marsilio Editori", plurale. Io avevo l' 1% poi sono passato al 50% e il 50% non l' ho mai superato. Non ho mai voluto credere che in una casa editrice il credito lo desse il potere; il credito non si misura con le quote, ma con la capacità di chi la guida, col consenso dei soci, dei fornitori, dei tuoi lettori. Capisce che col 94% di oggi cambia tutto» L' editoria è tempesta di cambiamenti. Nessuno avrebbe pensato che voi -specializzati in saggistica, specie politica e socialista-, sareste esplosi importando i gialli svedesi di Mankell, Larsson, Läckberg.

Non è tutto un divenire?
«Noi, semmai abbiamo ampliato le specializzazioni. Ma io parlo proprio di cambiamenti epocali e volocissimi. Lei, cinque anni fa, avrebbe creduto alla fusione Mondadori/Rizzoli? Avrebbe mai pensato che Cairo avrebbe comprato il Corriere della sera?» Onestamente, no. «Neanch' io. E, per la prima volta, i grandi gruppi editoriali si sono trovati di fronte all' esigenza di essere bravi nel contenuto dei libri piuttosto che solo nel marketing e nella comunicazione».

Voi bravi in questo senso lo siete sempre stati. Bravi, intendo, nel senso di Cesarino Branduani: la scelta del libro come merce-idea affinata da anni di sensibilità ed esperienza...
«Ma sì, certo. Però oggi la parte decisiva per un editore sono gli investimenti colossali: noi non possiamo fare 10 milioni di fatturato e spenderne 3 per investire in tecnologia. Occorre una strategia, una politica delle alleanze e sul nuovo: il print on demand, l' ebook, la vendita in Internet. Magari, poi ci sono controindicazioni: la scomparsa dell' intermediazione dei librai, delle manate sulle spalle, del "volemose bene"»

Quindi ci salverà il web?
«Dico solo che la carta non muore, ma ananspa. Nei magazzini degli editori ci sono le cose più strane: pare che Mondadori, prima di fondersi con Rizzoli, avesse 46 km di magazzino. Dico, 46. Poi i libri ormai costano poco per chi li fa; c' è chi ne compra uno per 21 euro, quando magari costa 1 euro. Altro problema è che la Pubblica Amministrazione inventaria i libri non come beni durevoli ma come beni di consumo, e ci rimettiamo tutti. Altro problema ancora: interi segmenti dell' editoria sono spariti: i codici, le enciclopedie, i vocabolari. L' ha notato?»

Però l' ebook è un settore che doveva esplodere ed invece è imploso, no?
«Appunto. Questo significa che, talora anche la chiave di lettura tecnocratica che alcuni miei illustri colleghi davano dell' editoria era sbagliata. Qua è tutto velocissimo e imprevedibile» Mi sta disegnando uno scenario un tantino inquietante, alla Phili Dick . Eppure lei è un classicista, spesso posseduto dallo spirito cinquecentesco dello stampatore Aldo Manuzio.

Non rimpiange quel mondo?
«No. Nonostante le mie paturnie su cosa ci riserva il futuro, resto, tutto sommato, un progressista. L' uomo -come diceva qualcuno- è una macchina perfetta ma assolutamente priva di retromarcia. Mi posso guardare indietro ma davvero non provo nulla, tantomeno il rimpianto. Sono uno storico, osservo sempre con distacco l' idea che il mondo cambi»

Ci fu un tempo in cui lei, da Marsilio, dirigeva il traffico delle idee, specie quelle politiche legate alla rivoluzione culturale del nord-est. Non ha, ripeto, nostalgia di quella militanza?
«Io non sono militante. Eppoi, militanza...Qui, oggi non la cerchi e non c' è più neppure la milizia.
Ci sono le guerre e la gente non le vede. E l' ideologia è davvero sparita. Lei crede davvero che ci sia differenza tra Renzi e Salvini? E anche se ce ne fosse, lei crede che importi ai veri padroni? Crede che le multinazionali chiedano loro permesso?».

Questa un po' è militanza...
«La chiami come vuole. Per me è realismo. Non c' è più nulla di decisivo, in editoria. Come la faccenda dei Saloni del libro a Milano o Torino...»

Ecco, appunto, la querelle sui due «Saloni del Libro»...
«Su questo ho poche idee ma chiare: non me ne importa un fico secco. Il Salone, negli anni, era già fallito un paio di volte, fossi stati l' organizzatore, mi sarei chiesto il perché. Detto ciò, è una buona occasione per scambiare due chiacchiere, per rivedersi con gli amici, ma dubito della sua efficacia. Io farei un Salone anche a Bologna, a Bari. Sono per quest' assurdo federalismo all' italiana; anzi, mettiamo una Fiera del libro in ogni provincia, visto che le Province le abbiamo abolite»

Lei dissacra sacre istituzioni.
«Suvvia. Non conosco editori che al Salone abbiano venduto un libro in più. Lei pensa che far leggere un libro su un leggio in teatro all' autore possa servire ad aumentarne le copie?».

Da qualche anno suo figlio Luca, bocconiano, è Ceo dell' azienda. Nonostante abbia competenze completamente diverse dalle sue vi integrate perfettamente sul lavoro. Come fate?
«Luca ha sentito il richiamo del dna a 40 anni, nessuno l' ha costretto, ha internazionalizzato la casa editrice. Così come i miei nipoti: non devono vedere questo lavoro come un obbligo o una condanna, qua la vocazione se c' è viene fuori».

Non ricorda un po' la Comunità di Olivetti: l' azienda come una famiglia allargata?
«Molto di più. Gli elementi essenziali sono due. Il primo è che, per me, la famiglia è una cosa seria. Il secondo è che anche le case editrici che hanno dietro multinazionali come Penguin o Amazon, funzionano se mantieni l' amore nella scelta dei titoli, nella cura delle bozze, nel rapporto con gli autori che non deve cambiare con gli anni. Non c' è nessuna differenza tra noi e Aldo Manuzio»

Il libro che non cambia mai.
«Già. Umberto Eco, del quale non condividevo molte cose, diceva che il libro, è così "come il martello, le forbici, la ruota e il cucchiaio che nei millenni non sono stati modificati perché nella forma originaria erano già perfetti, è perfetto e definitivo dunque…"»

«…dunque non sperate di liberarvi dei libri»
«Esatto. Sa, sono molto orgoglioso di una casa editrice il cui fondatore è ancora qui a lavorare, e a parlarne...

Francesco Specchia

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