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Il libro di Andrea Galli

Gli eroi dell'Arma dei Carabinieri? I partigiani rossi li hanno cancellati

Gli eroi dell'Arma dei Carabinieri? I partigiani rossi li hanno cancellati

Salvo D’Acquisto non era affatto solo.

C’era -per dire- il maggiore Giovannini che intercalava coi i suoi «Porcomondo!» le inalazioni di Muratti accese al contrario, un vecchio trucco per sfuggire ai cecchini. Giovannini prima aiutò gli sloveni a sbarazzarsi dei crucchi; e poi, nella Milano invasa dai carrarmati, faceva il Robin Hood della liberazione con la sua “Banda Gerolamo”. C’erano anche il generale Caruso della «banda» omonima, a cui i nazisti estrassero 13 denti ma non la dignità; e il brigadiere Ioppo, il suo pard, pestato come un tamburo dal muto lamento: entrambi uniti nel dolore, e scampati alla deportazione («un eroismo diffuso a prisciendere dai gradi», commenta Bruno Vespa) grazie un camion uscito fuori strada. C’erano il maggiore Di Iorio che alzava le barricate dalla stazione Roma San Giovanni; e il maggiore Bellini che, a Bussolengo, per tre volte, respinse le SS finchè un panzer dell’armata Himmler non gli sfondò le mura della caserma. E c’erano gli infoibati di Tito, i martiri delle Fosse Ardeatine, gli uomini in divisa dispersi per ordine del gerarca Kappler «la cui presenza a Roma avrebbe impedito la razzia e le deportazioni nel ghetto ebraico». Erano in tanti, i piccoli grandi eroi affondati nella storia oggi descritti nel bel libro del giornalista del Corriere della sera Andrea Galli, Carabinieri per la libertà. L'Arma nella Resistenza: una storia mai raccontata (Mondadori, pp 168, euro 18).

Il libro di Galli paga un debito con la storia, ne riscrive una pagina volutamente dimenticata dalla pubblicistica ufficiale della Resistenza. Parla di 2753 carabinieri morti ammazzati col moschetto poggiato sull’omero; e che non si piegarono al servizio della Rsi, perchè «avevano una dignità che non poteva spingerli a difendere i prepotenti contri i deboli» (come disse uno di loro, il maggiore maceratese Pasquale Infissi, dimenticato perfino a Macerata). Questo libro è un vaso di Pandora, apunto, di dignità perdute. E disvela una sorta di «eroismo diffuso che non teneva conto dei gradi»; l’espressione, felice, è di Bruno Vespa che la usava per presentare questo saggio romanzato al Pavilion Unicredit Milano, con l’autore osannato da Paolo Mieli, da monsignor Vincenzo Paglia, dal generale Enzo Bernardini e dal critico letterario del Corriere Antonio D’Orrico. Platea robusta usi obbedir tacendo. Tutta pervasa del senso d’appartenneza all’Arma, la commozione degli alabari cuciti sulla pelle -avrebbe detto il generale Dalla Chiesa-.

Andrea Galli s’è comportato da speleologo della memoria. S’è inoltrato negli archivi, ha strappato indizi e mozziconi di cronaca tra i documenti dimenticati della Benemerita. E dalla vicenda proprio di Ettore Giovannini ne ha sfilata un’altra, e poi un’altra, e un’altra ancora: ogni racconto concatenato all’altro, in una sfilata di atti di coraggio impietosamente dimenticati. «Perchè questo libro esce solo ora? Perchè ci siamo dimenticati di loro? Perchè c’è dolo...» commenta, con placida ferocia, Paolo Mieli qui in funzione di storico «perchè i carabinieri erano fedeli all’istituzione monarchica, perchè il sacrifico di Salvo D’Acquisto consegnatosi al posto dei partigiani che causarono l’attentato sacrosanto di via Rasella provocò, negli anni, una sorta di ostracismo dell’Arma da parte dell’ideologia di sinistra. E perchè al confine orientale i carabinieri, amati dalla popolazione, finirono nelle foibe titine, uscendo automanticamente dai registri dei martiri della Resistenza...».

I carabinieri del libro di Galli -ha ragione Antonio D’Orrico- assolvono, attraverso un’epica romanzesca, una funzione quasi di «filosofia della storia»: «Con la loro storia non potevano mettersi al servizio di chi non aveva storia». E giù con le citazioni delle buone azioni in alta uniforme delle copertine di Beltrame e Molino sulla Domenica del Corriere; con l’evocazione delle indagini letterarie dei Racconti del maresciallo di Mario Soldati, che proprio in un sottuficiale dell’Arma aveva scovato lo spirito del «Maigret italiano». Ma non è tanto questo che rende Carabinieri per la libertà un afflato letterario degno d’esser letto. «Qui c’è, soprattutto, un messaggio morale per le nuove generazioni», dice il Comandante generale Tullio Del Sette, il cui padre, tra l’altro, era tra i carabinieri deportati e dimenticati. Il messaggio morale degli eroi del silenzio.

Il suddetto libro è davvero la sceneggiatura di una nazione, fatta di tanti Salvo D’Acquisto. Più di quanti il cuore e l’orgoglio avrebbero potuto immaginare...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • Birillo1

    05 Dicembre 2016 - 19:07

    Dove lo trovo per acquistarlo

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  • pierfrancoseminara

    30 Novembre 2016 - 18:06

    Il Gen. Dalla Chiesa probabilmente avrebbe detto "commozione degli alamari cuciti sulla pelle" . Gli alabari cosa sarebbero?

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  • Turgovia

    30 Novembre 2016 - 00:12

    Paolo Mieli avrebbe veramente detto che Salvo D'Acquisto si sacrificò al posto degli assassini della "sacrosanta" strage di Via Rasella? D'Acquisto, pace all'anima sua, era già morto e sepolto da un pezzo quando Capponi, Bentivegna e altri coscientemente dettero inizio a quel bagno di sangue che culminò con la strage delle Fosse Ardeatine, scopo ultimo della provocazione di Via Rasella.

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  • me nono

    29 Novembre 2016 - 22:10

    E adesso chi la sente l'a.n.p.i.?

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