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Manette Pulite

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Filippo Facci

Il trio manetta (Barbacetto-Gomez-Travaglio) ha riciucciato il tomo “Mani Pulite”, indipendente come può esserlo un libro scritto grazie al dischetto che contiene i dati dell'inchiesta: gliel’ha fornito un pm di Mani pulite. Divertente è che gli autori, ancor oggi, cerchino di dissimulare una verità elementare che hanno capito anche i bambini deficienti: Mani pulite abusò del carcere preventivo. Sentite qua: «Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare». Ah sì? A dire il vero confessavano perché erano in galera e volevano uscirne, o perché non volevano finirci: sono queste le «situazioni psicologiche». Le altre condizioni, «politiche, economiche e ambientali», facevano parte del contesto «irripetibile» che permise un uso spropositato delle manette, dispensate anche per reati amministrativi o che non prevedevano il carcere. Perché non ammetterlo, 25 anni dopo? Disse il procuratore Francesco Greco: «La situazione si modificò nel ’94, quando le collaborazioni diminuirono fino a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino». Ecco: l'acqua arrivava al mulino direttamente dal carcere, e, quando non poterono più usarlo a loro piacimento, Mani Pulite finì.

di Filippo Facci
@FilippoFacci1

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