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"Da Caporetto al Piave", i canti alpini di Massimo Bubola in edicola con Libero

11 Maggio 2017

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"Da Caporetto al Piave", i canti alpini di Massimo Bubola in edicola con Libero

Dopo l'uscita nel 2014 dell' album "Il testamento del capitano", a distanza di 9 anni dal successo di "Quel lungo treno" del 2005, il re del folk-rock Massimo Bubola torna a interpretare e rivisitare le canzoni della Grande Guerra con il cd "Da Caporetto al Piave. Canti Alpini della Grande Guerra". La raccolta, da domani in edicola in allegato con Libero (al costo di € 6.50 più il prezzo del quotidiano), celebra la 90esima Adunata Nazionale Alpini "L'Adunata del Piave", in ricordo dei luoghi e degli uomini che hanno caratterizzato la Grande Guerra sulle nostre montagne. Sul fiume sacro della Patria si arrestò l' inesorabile avanzata delle truppe imperiali, animata da valorosi comandanti come il giovane Rommel (che diventò poi la "volpe del deserto" di Hitler), ma anche da modernissime tattiche di combattimento. L' esercito italiano, allo sfascio dopo la disfatta di Caporetto (il 24 ottobre 1917), era ormai incapace di opporre resistenza e, persa pure la XII battaglia dell' Isonzo, lasciava ampi varchi ai nemici per dilagare su tutta la pianura padana. Fu allora che avvenne qualcosa che cambiò le sorti della guerra e del mondo. Le indecisioni austriache permisero alle truppe allo sbando di riorganizzarsi e, addestrate alla guerra sulle Dolomiti, si ritirarono scendendo lungo la vallata del Piave e occupando le posizioni e le roccaforti del Grappa, l' ultima mossa del Generale Cadorna prima che venisse sostituito da Armando Diaz. L' uomo nuovo, che guidò l' esercito fino al trionfo di Vittorio Veneto del 4 dicembre 1918.

«Se avete fame guardate lontano, se avete sete la tazza alla mano sarà la neve che vi disseterà». Quando ho imparato questa canzone Monte Canino, avevo cinque anni» spiega Bubola «e mio padre mi ricordava che la cantavo con lui sul sellino della bicicletta mentre mi portava sul traghetto sull' Adige a Villa Bartolomea, dove insegnava nel pomeriggio ai contadini analfabeti. Eravamo alla fine degli anni Cinquanta». Versi e ricordi rimasti impressi nella mente di una generazione intera di figli dei reduci, cresciuti tra le due guerre con la sensazione che il conflitto del '15-'18, pur passato alla storia come "vittoria mutilata" avesse contribuito in modo decisivo a forgiare un inscindibile senso di appartenenza, di unità e di identità nazionale, che prima della guerra era invece in qualche modo stato affermato solo sulla carta.

Oltre a cantare quell' Italia appena nata, e che sarebbe poi metaforicamente morta l' 8 settembre del 1943, quando le diverse anime del Paese si sfaldarono in modo decisivo, i testi riproposti da Bubola descrivono anche un clima di famiglia patriarcale, contadino, semplice, tipico di un paese quasi feudale: «Mio nonno aveva combattuto sul Piave, ma non parlava mai delle guerra, nemmeno se richiesto con insistenza, però ricordo che cantava quelle canzoni nella grande festa della trebbiatura, quando dopo che tutti avevano consumato una lauta cena e prima del ballo, c' era il momento della sacralità. Gli adulti si mettevano intorno al tavolo con i musicanti da un lato, una fisarmonica, una chitarra ed un mandolino». Le canzoni erano sempre quelle tradizionali "Ta pum", "Il Testamento del Capitano", "Sul ponte di Perati", "Sui Monti Scarpazi", "Bombardano Cortina", "La tradotta", che il grande autore, scrittore e musicista, che ha composto capolavori della canzone italiana e non, come "Fiume Sand Creek", "Don Raffaè" (in collaborazione con Fabrizio De André) e "Il cielo d' Irlanda" (interpretato da Fiorella Mannoia), ripropone e riarrangia caratterizzandole profondamente col suo sound e la sua poetica.

di Daniele Dell'Orco

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