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L'estate della mia vita

L'iniziativa di Libero: mandateci i vostri racconti delle vacanze più belle

8 Luglio 2017

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L'iniziativa di Libero: mandateci i vostri racconti delle vacanze più belle

Nell'edizione di domenica 9 luglio, il racconto di Vittorio Feltri e le sue estati al Sud Italia. E poi le storie dei lettori, un viaggio, il primo bacio, una scappatella, un amore vissuto o sognato. Al mare, in montagna, o in una città deserta. Raccontateci la vostra estate da ricordare, pubblicheremo le storie migliori.
Spedire a: [email protected]

Ecco il primo racconto: "Che bello quando ho visto il mare per la prima volta"

Prima non esisteva l' estate, e neanche il mistero.
Finché un giorno di luglio del 1961 salimmo alla stazione Centrale di Milano sul treno per Pietra Ligure. Avevo finito la prima elementare, mio padre non poteva partire: era ancora in giro per la Brianza con la "Tiger", una macchina ciclopica in cui si infilavano i covoni di spighe e ne usciva grano e balle di paglia. Dormiva di notte sotto questo drago, avvolto nelle coperte per ripararsi le ossa dall' umido della rugiada.
Così fu il fratello di mia mamma, l' amatissimo zio Giancarlo, ad accompagnare Teresina e i suoi tre figli: noi. Prima il tram da Desio (Brianza), poi il filobus.
Quindi il colosso bianco della stazione emerse all' alba dai fumi dell' afa e dello smog.
A quel tempo funzionava così: quando il treno arrivava al binario, un adulto nerboruto cercava di entrare a furia di gomiti anticipando i rivali per occupare uno scompartimento e farsi passare bambini e valigie dal finestrino. Funzionò. Lo zio aveva 23 anni, fu una folgore, e mia mamma aveva braccia contadine.
Sapevo molto bene che avrei visto il mare. Eppure io non ci credevo. Non credevo che esistesse davvero.
Non come nei film che vedevo al cinema dell' oratorio. Ovvio fosse una finzione, come i muscoli di Maciste. Era impossibile che non si vedesse la Francia (la Corsica) dall' altra parte. Non poteva esistere l' infinito, non mi entrava in testa. Infatti i laghi lombardi, dove andavamo in gita la domenica, erano molto belli-grandi (si diceva così), ciò nonostante quello di Como e il Maggiore mostravano l' altra riva, e di notte, quando tornavamo da Bellagio, le colline oltre le acque erano punteggiate di luci come stelle. Il cielo è infinito. Ma sulla terra l' infinito non poteva esistere.
Non confidai a nessuno questa mia attesa. Per l' emozione andai tre-quattro volte in bagno, scavalcando immensi bagagli e borsoni da cui saliva l' odore della frittata di cipolle, ma le donne non si arrabbiavano se inciampavo e mi accarezzavano. Ed ecco un ritaglio di blu entra nei miei occhi dal finestrino. Un azzurro diverso da quello del lago e da quello del cielo. Un tuffo al cuore. Il mare allora esisteva. Ma com' era grande? Il treno virando verso Genova dall' alto non mi consentiva di spaziare, gli occhi si fermavano a metà strada, prima dell' orizzonte. Anzi. Io non credevo neppure esistesse l' orizzonte. Lo avevo visto in un film sui dieci comandamenti, tondeggiante, sarà stato di cartone avevo deciso. Doveva essere come lo scenario dell' operetta Volendam, nella quale avevo fatto la comparsa da piccolo cantore al teatro Villoresi di Desio (Ero voce bianca, ora sono voce grigia).
Il treno curva verso destra, scende dalle balze. E vedo il mare. Infine il mare, l' immenso mare. Il convoglio nel caldo mattino si fermò ad Arenzano, a Cogoleto, a Varazze, correva vicinissimo alla spiaggia e dai finestrini entrava una brezza con quell' odore che mia mamma qualificò subito: è l' odio. Capii così e mi spaventai. Il mare immenso e cattivo. Invece, mi tranquillizzò. Iodio, non odio, e allarga i polmoni. L' onda spumeggiava bianca. Chiesi quando avremmo visto i cavalloni: immaginavo fossero esseri meravigliosi che correvano sul mare con criniere d' oro (mia mamma aveva molta fantasia). Ma non ebbi tempo di rimanere deluso. L' infinito esisteva ed era blu.
Ecco Pietra Ligure, meta di quella prima estate della mia vita. Avevamo trovato alloggio a pensione, per lettera, da una cugina dei nonni materni, che aveva sposato un cameriere del posto, e avevano casa a Tovo San Giacomo, nell' entroterra, una casa di pietre sul fiumiciattolo. Ci arrivammo in pullman. Lo zio ci sistemò, mangiammo seppie con pomodoro, e lui ripartì. Dovevamo prendere questo bus, tra andata e ritorno, quattro volte al giorno. Una comitiva: mia mamma con bimbi di anni 6 (io), 3 (Giuseppe) e 2 (Maria Grazia detta in spiaggia Brigitte Bardot), borse e secchielli. Teresina era una ragazza di 27 anni e non solo il ricordo, ma le fotografie, assicurano fosse bellissima: dicevano fosse la copia di Silvana Pampanini. Un giorno perdemmo il pullman e facemmo l' autostop. Una giardinetta ci raccolse. E l' uomo gentile ci disse: vi riporto anche domani.
Invece non ci riportò più.
Deduco, dopo 56 anni, che avesse capito molto poco di mia mamma. Al ritorno il tram ci depositò fuori dal cortile detto "di bònz", cioè "delle botti", poiché la famiglia Farina era fatta di agricoltori e falegnami, anzi maestri bottai. Ero convinto di trovare i bambini della compagnia ad aspettare il mio resoconto sul mare. Non interessò a nessuno. Ci entusiasmammo subito però a tirare le palline con le facce dei corridori del giro d' Italia. Io, in quel sole d' agosto, nel percorso polveroso, ero Imerio Massignan. Ma fu l' estate dell' immenso mare.

di Renato Farina

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