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Il testo

Come uccidere la moglie
senza correre rischi

L'anteprima di un racconto di ordinaria follia domestica

Il giallista Maurizio De Giovanni presenta alla Milanesiana questa storia. C'è un protagonista che per la sua consorte cela una segreta ossessione. Un'ossessione omicida
Come uccidere la moglie
senza correre rischi

Per gentile concessione de «La Milanesiana - Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia e Teatro» - ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi - pubblichiamo il testo che Maurizio de Giovanni leggerà il 24 giugno. (I diritti sono assolti da Milanesiana).  

Prima di alzarsi, ancora con gli occhi chiusi, pensa: oggi. È oggi che lo farò. Oggi l’ammazzo.

Si alza, piano per non svegliare la moglie, e va in bagno. Mentre la coscienza mette insieme i pezzi dell’identità sfilacciata dal sogno, i soliti gesti costruiscono la giornata attorno a quel primo, lucido pensiero: oggi l’ammazzo.

L’acqua della doccia di solito gli apre la mente: le migliori idee, le intuizioni più valide gli sono sempre venute là, mentre il getto tiepido lo avvolge e il sapone scende in rivoli bianchi verso i piedi, e la spugna percorre morbida il corpo. Stavolta non ce n’è bisogno. L’idea ce l’ha già. Oggi, pensa. Il giorno è oggi.

Sa come farà, per filo e per segno. Conosce i particolari, li ha preparati bene uno per uno, ci ha riflettuto fin dall’inizio, ripercorrendo decine di volte gli eventi futuri. Decidere il modo è stato il primo scoglio: doveva fare in maniera che nessuno pensasse a chi fosse stato, né capisse il perché, e alla fine aveva deciso per il più semplice. Un taglio netto, alla gola, col rasoio.

Ci pensa proprio adesso che si sta radendo, e il collegamento gli strappa un sorriso. Certo non con questo rasoio, pensa, mentre il ronzio dello strumento elettrico gli accarezza le guance. No, no: un bel rasoio a mano libera, di quelli che usavano una volta i barbieri. Visualizza l’arma del delitto, il manico di madreperla, la lunga lama affilatissima snodata. Da impugnare saldamente, il pollice di traverso, l’indice a tener fermo il metallo. 

L’avrebbe presa alle spalle, come per accarezzarla; lei lo avrebbe sentito, sospirando avrebbe aderito al corpo di lui. Probabilmente avrebbe sorriso, girando il volto per accogliere un bacio e scoprendo la gola; a quel punto sarebbe bastato un taglio netto, un unico movimento del polso, da sinistra a destra, a uscire. Zac.

Indossa il jeans, mentre sente la moglie trafficare in cucina tra le stoviglie della colazione. Zac, pensa. Un gesto semplice, preciso. Un passo indietro, per evitare il getto del sangue che sprizza dalla giugulare recisa, casomai lei si voltasse verso di lui, gli occhi spalancati per la sorpresa che si appannano piano nella morte che arriva.

Il passo indietro è importante, pensa. Una camicia imbrattata di sangue sarebbe difficile da spiegare, e anche da nascondere. Devo ricordarmi del passo indietro, riflette, allacciando i bottoni dei polsini, meticolosamente, con calma.

A tavola è distratto, risponde vagamente alle domande della moglie. Mentre beve un sorso di succo d’arancia rivede la scena e si chiede quanto possa essere lungo, il getto di sangue da un’arteria recisa. E se arrivasse alle scarpe? E se lei, morendo, facesse un passo verso di lui, una mano alla gola e l’altra tesa per toccarlo un’ultima volta? Aveva letto che con quel tipo di ferita ci si mette quasi mezzo minuto, a morire. Mezzo minuto è un sacco di tempo. Sarebbe difficile gestire le macchie di sangue addosso. Difficilissimo.

Con disagio, masticando un biscotto, valuta per l’ennesima volta le modalità dell’omicidio. Deve essere per forza col rasoio, pensa. Quale altra arma potrebbe nascondere addosso, senza che lei se ne accorga? E poi è l’unica cosa che, nella sua condizione, lui può procurarsi. 

È un ex galeotto ma per reati finanziari, non conosce ricettatori né mercati illeciti, niente armi da fuoco che peraltro non saprebbe nemmeno usare. Bisogna stare attenti a non fare errori. Poi da un proiettile si risale all’arma, e dall’arma a chi l’ha venduta e poi a chi l’ha acquistata. E il rumore? Uno sparo fa un rumore enorme. No, no: meglio il rasoio. E poi, dovrebbe cambiare tutto il piano costruito con tanta fatica. No: deve ammazzarla col rasoio.

Guidando tranquillo lungo il viale, a bassa velocità, sorride di se stesso. È normale, pensa. Arrivati a questo punto ti prendono la paura, l’incertezza, il dubbio. Vedi l’errore dietro l’angolo, pensi di poter mandare tutto a puttane. Tanta fatica, tutta la preparazione e poi un piccolo sbaglio e devi ricominciare daccapo.

Apre la porta con la chiave, piano. Percorre il corridoio, le suole di gomma che affondano nella moquette senza fare rumore. Ha deciso, nessun ripensamento. Lo farà col rasoio, e lei cadrà senza un lamento, voltandosi indietro per un attimo, fissandolo con l’ultimo sguardo. Gli piace troppo, l’idea dell’ultimo sguardo. Non ci vuole rinunciare, alla faccia del sangue che sgorga e imbratta.

È oggi, pensa per l’ultima volta. È oggi, che l’ammazzo.

Si siede al computer e digita: capitolo cinquantadue.

di Maurizio De Giovanni

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Commenti all'articolo

  • doris

    13 Giugno 2013 - 07:07

    Come lettrice di gialli quel poco che ho letto gia' mi intriga ,purtroppo i delitti irrisolti (veri) nel nostro paese sono troppi,mi rendo conto che la giustizia e' impegnata in un lavoro immane:monitorare le feste di berlusconi.....gli omicidi possono aspettare!!!!!

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