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La storia che non t'aspetti

Socci: Io e il boss, due padri davanti a Dio

Antonio Iovine in cella legge il libro-lettera a mia figlia. Lui ha tre ragazzi: per il Redentore siamo uomini uguali

Antonio Socci

Antonio Socci

Immaginate di aver proposto un incontro a Roberto Saviano per parlargli della vita, della morte e di Dio, del dolore e della speranza e per fargli conoscere giovani pieni di fede, eroicamente in lotta con la malattia e vittoriosi. Solo che invece di Saviano a quell’ideale appuntamento spirituale è arrivato – del tutto inatteso – il suo arcinemico, quell’Antonio Iovine che è noto come «uno dei capi del Clan dei casalesi». L’ho appreso da un reportage di Giovanni Bianconi sul Corriere della sera di giovedì scorso. Bianconi ha visitato, col presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, e alcuni parlamentari, il carcere di Badu ’e Carros, in Sardegna. Lì è rinchiuso Iovine che fu arrestato il 17 novembre 2010 e sta scontando una condanna all’ergastolo in regime di 41 bis. Bianconi racconta le dure condizioni in cui vive questo detenuto, le sue giornate e infine scrive: «attualmente è concentrato su “Lettera a mia figlia” di Antonio Socci».

Quando ho letto queste righe – com’è ovvio – sono rimasto sorpreso. C’è anche in me un fondo di perbenismo ipocrita e «politically correct» che inconsciamente mi fa sentire così lontano e diverso rispetto a un boss della camorra, da infastidirmi (quasi) nel leggere quella notizia. Invece posso solo rallegrarmene. E commuovermi. Perché in quella cella di Badu ’e Carros anzitutto vive una creatura umana. Ricordate come ci meravigliò l’appello di papa Paolo VI alle Br quando li chiamò «uomini delle Brigate rosse»? In quell’espressione, che proclama tutta la dignità di coloro che pur si dichiarano Nemici, risplendeva la bellezza dell’insegnamento di Gesù, che non definisce mai una creatura umana con la sua ideologia, con i suoi crimini, i suoi peccati ed errori, ma che anzitutto proclama la sua nobiltà e grandezza. Così Egli chiama ciascuno per nome e non esclude nessuno. A ognuno ricorda il suo vero nome, quello con cui il Creatore l’ha chiamato ad esistere e gli ha dato il dono regale di essere uomo: «l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato». Dunque si può (e si deve) avere orrore e rifiuto totale delle Br come della camorra e dei loro terribili crimini, ma non si può dimenticare che sia il terrorista che il camorrista sono uomini come noi, nostri fratelli, perché figli dello stesso Dio. 

Chi ha commesso crimini per le leggi dello Stato e ha ferito la comunità li paghi ed espii le sue colpe (in carceri decenti, non orribili), ma davanti a Dio siamo tutti uomini peccatori ed egualmente bisognosi di redenzione. Del resto anche altre cose mi accomunano a Iovine. Portiamo lo stesso nome, il nome di due santi straordinari, che hanno rinnegato ricchezza, poteri, agi e onori, prediligendo la povertà per guadagnarsi il Paradiso. Che è l’unico, vero, grande affare che un uomo possa fare nella sua vita. Inoltre siamo quasi coetanei e abbiamo entrambi tre figli della stessa età. Mi ha colpito e commosso quello che Iovine ha detto dei suoi ragazzi parlando con Manconi e con il giornalista del Corriere: «ne ho tre, dai 17 ai 26 anni, e per fortuna hanno preso le distanze da me attraverso lo studio; sono contento per loro». È una frase che fa riflettere. È impressionante come i figli tocchino le corde più profonde del cuore e come il desiderio della loro felicità, l’amore per loro, inducano noi padri e madri a essere uomini e donne migliori.

Nella vita ci sono ferite che Dio trasforma in feritoie per la sua grazia che s’insinua come l’acqua dappertutto. I figli e specialmente il loro dolore sono la ferita-feritoia più profonda che mette a nudo la nostra anima, la nostra condizione di uomini e che rende spontaneo gridare a Dio. Pregare. Non so chi, come e perché abbia fatto avere il mio libro a Iovine, ma – essendo un libro di padri e figli, un libro di dolore, amore e redenzione – s’insinua esattamente in quella ferita-feritoia. Forse sarà un lenimento o forse sarà sale. O entrambe le cose. Non so che effetto faranno a Iovine quelle pagine, ma so che Dio ama lui come un figlio, che lo cerca in ogni modo e soffre per lui. Gesù, Figlio di Dio, è morto per lui, per Antonio Iovine, come è morto per me. 

Perché il Redentore vuole salvare tutti e guarda gli uomini in modo diverso da noi. Scriveva Bonhoeffer: «Dio non si vergogna della miseria dell’uomo, vi entra dentro, sceglie una creatura umana come suo strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che e perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì Egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no!”, li Egli dice “sì”! Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente incomparabile. [...] Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo, del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua Grazia». 

Il nostro papa Francesco infatti non si stanca mai di ripetere che Dio è Misericordia, una misericordia più grande e indomita di quella di un padre e di una madre. Egli perdona sempre e tutto. Così «dona una vita nuova». E non si confonda questo annuncio con un banale buonismo che sottovaluta il male. Per capirne la portata – quando si parla di mafia o di camorra – bisogna pensarlo incarnato da figure eroiche come padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia e appena beatificato dalla Chiesa, e come quell’altro grande sacerdote martirizzato dalla camorra che è stato don Peppino Diana.

È con testimonianze così che papa Francesco ricorda come Dio può tutto e che specialmente manifesta la sua potenza facendo irrompere la luce nel cuore degli uomini. Ha toccato l’anima dei più incalliti peccatori e pure di criminali. Questo sguardo cristiano ha lasciato traccia anche nel sistema giuridico. Per esempio la nostra Costituzione – che porta il segno indelebile della sensibilità cristiana, per la quale tutti hanno una dignità da rispettare e tutti possono cambiare – prescrive che, nel sistema giudiziario italiano, la pena non debba essere afflittiva, ma rieducativa. E deve svolgersi escludendo «trattamenti contrari al senso di umanità» e senza aggiungere altre pene alla privazione della libertà.

Io non so dire se il regime di 41 bis corrisponda in toto al dettato costituzionale (ci sono state discussioni fra i giuristi in proposito). Ma credo che la condizione complessiva delle nostre carceri, che emerge anche dal reportage di Bianconi, difficilmente possa essere accettata (su questo hanno ragione i radicali). Anche la formula «fine pena mai» mette i brividi. Per tornare dalle questioni terrene a quelle escatologiche, essa fa pensare piuttosto all’inferno. Se il carcere fa paura e il 41 bis terrorizza, bisogna sempre tener presente che sono un lusso a confronto di quel luogo di tormento eterno. Per questo, per scongiurare a chiunque un tale orrore, Dio stesso è venuto sulla terra a espiare… 

Anche per gli uomini del terrorismo, della camorra o della mafia. Ecco perché Giovanni Paolo II, nel memorabile discorso nella valle dei templi, veramente ispirato dallo Spirito Santo, tuonò verso gli uomini della mafia: «Dio ha detto una volta: non uccidere! Non può un uomo calpestare questo diritto santissimo di Dio… Non si permettano di uccidere! Lo dico ai responsabili: convertitevi!». E concluse gridando: «Un giorno verrà il giudizio di Dio!...». Sembrarono parole tremende, quasi minacciose. In realtà furono le parole della vera Misericordia, l’estremo gesto di amore che spalanca la via della redenzione.

di Antonio Socci
www.antoniosocci.com

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