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L'intervista a Paula Hawkins

La "ragazza sul treno" ci riprova e racconta una storia di streghe

20 Novembre 2017

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Paula Hawkins

Cuneo, Hotel Lovera, conficcato nel cuore della città vecchia. Un luogo di atmosfera adatto ad incontrare una scrittrice che della suspense ha fatto la cifra distintiva dei suoi libri. Dopo il successo planetario de La ragazza del treno (ha venduto 18 milioni di copie nel mondo), Paula Hawkins - intervistata da Libero a Scrittori in Città a Cuneo - ci ha riprovato con Dentro l'acqua (Piemme, pagg. 370, euro 19,50, traduzione di Barbara Porteri), un romanzo che prende spunto dalla stregoneria e dalle torture che nel 1600 venivano inflitte alle donne sospettate di possedere arti divinatorie e seduttive.

In realtà nel libro - dove almeno all’inizio la foresta dei personaggi può apparire un poco ostica - è Jules a possedere un ruolo davvero dominante. Da ragazza "cicciona" diventerà la vendicatrice della sorella più bella, annegata nelle acque scure e fredde di un lago che costituiva l'unica attrattiva di un paese immaginario.

Abbiamo incontrato Paula, prima del suo appuntamento milanese nell’ambito di Bookcity, oggi alle ore 19.30 al teatro Elfo Puccini, in un dialogo con un altro autore blockbuster, Matteo Strukul, autore della saga I Medici. Decadenza di una famiglia (Newton Compton).

Come mai le streghe in questo tuo romanzo?
«Sono stata in viaggio nell’Inghilterra del Nord dove esistono posti con una storia particolare, e dove sono ancora visibili le tracce della caccia alle streghe. Mi ha forse catturato il rapporto che esisteva tra questo tipo di donne e l’acqua. Per dimostrare il connubio tra una di esse e la stregoneria la si legava, poi la si sospingeva in acqua, verso il basso, dove il respiro diventa impossibile. Se la donna sopravviveva significava che il Signore l’aveva salvata. Altrimenti, era una strega».

Secondo te esistono oggi ancora forme di persecuzione contro le donne, meno manifeste della caccia alle streghe di quegli anni ma parimenti terribili?
«Assolutamente si. Lo si può vedere dai social media, ma soprattutto in questo momento nelle news che ogni giorno riceviamo al riguardo. Il problema è come le donne vengano silenziate, oppure - se vuoi - il fatto che non vengano credute. Oggi però si sta cominciando a profilare un orientamento per cui si cerca di minimizzare questa nuova caccia alle streghe».

La bellezza può essere confusa con qualcosa capace di destabilizzare gli equilibri, come se fosse una malia, o una alchimia pericolosa?
«La bellezza non è sempre vantaggiosa per chi ce l’ha. Scatena gelosie ed è bramata da chi non la può avere».

Quali sono gli autori che leggi di solito?
«Non leggo molte crime stories. Cerco oltretutto di non leggere altri autori quando sto scrivendo perchè ho il timore che la loro influenza in qualche modo possa percolare nelle mie pagine. Mi piacciono Kate Atkinson e Oliver Sacks, che io considero una vera miniera (tanto da inserirne un breve frammento all’inizio del libro NdR)».

Molti hanno sottolineato la moltitudine di personaggi, e quindi voci, con cui fai parlare la tua ultima storia. Perchè hai scelto un registro polifonico per questo thriller?
«Volevo una foresta di voci perchè certe storie vanno raccontate da punti di vista diversi. Ognuno di noi ha dei segreti, un proprio lato oscuro. Più sono le voci, maggiore è la possibilità di raccontare quella parte di ciascuno di noi».

Sei nata in Africa. Ti manca qualcosa di quel continente?
«Gli animali. Volevo fare il veterinario».

Com'eri da bambina?
«Timida, molto coscienziosa, noiosa. Leggevo moltissimo. Ho avuto un’infanzia africana bellissima, ma oggi mi sento un'autentica londinese».

Quali sono gli scrittori che hanno fatto sbocciare Paula Hawkins come scrittrice?
«Margaret Atwood e il suo libro Il racconto dell'ancella. Lo divorai a 18 anni ma fu il primo libro in cui capii come un romanzo possa assolvere anche una funzione sociale, parla di diritti femminili senza farti la morale. Non posso dimenticare Dieci piccoli indiani di Agatha Christie:di quel libro - letto a dodici anni - mi affascinò il modo con cui il crimine veniva risolto, smatassato come un vero e proprio nodo».

Come definiresti il thriller psicologico, quello dove il sangue non c’è ma ogni pagina fa paura?
«Hitchock diceva che la suspense è più importante del mistero. Il mio narrare è simile ad uno slow building, ad una costruzione lenta ma progressiva, dentro cui senti risuonare una minaccia incipiente che fa fatica a svelarsi ma sai che c’è».

E' stato difficile diventare Paula Hawkins ?
«Prima scrivevo libri con uno pseudonimo, ma per La ragazza del treno c’è stato un cambiamento in me:tenevo troppo a quella storia per consegnarla ad un mio alter ego».

di Alberto Pezzini

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