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L'opera omnia

Philip Roth, la vita dissipata di un erotomane di talento

1 Dicembre 2017

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Philip Roth

I doppioni letterari dicono spesso la verità. «La mia ipotesi è che tu abbia scritto così tante metamorfosi di te stesso da non sapere più né chi sei né chi sei mai stato. Ormai non sei altro che un testo ambulante», sussurra, in uno slancio metaletterario, Nathan Zuckerman al suo autore/alter ego Philip Roth.

Il quale Roth, classe ’33 - con la morte di E.L. Doctorow forse il più grande scrittore americano vivente, premio Pulitzer e candidato sempre a un Nobel che non vincerà mai - oggi conferma la sua propensione ad essere letteratura in forma umana. Esce, infatti, il primo volume della collana Meridiani Mondadori a lui dedicato, Romanzi 1959-1986 (pp 1880, euro 80), e i fan sono contenti. Roth iniziò la carriera ispirato da dall’amico critico Dick Stern il qaule lo convinse a raccontare una sua carnale storia d’amore ambientata nella miniera narrativa della comunità ebraica di Newark. Ne uscì Goodbye, Columbus (1959), contenuto nel Meridiano prima de Lo scrittore fantasma (1979), e dopo il Lamento di Portnoy (1969), La mia vita di uomo (1974), Zuckerman scatenato (1981), La lezione di anatomia (1983), L’orgia di Praga (1985) e La controvita (1986). Sicché attraverso l’efficace saggio introduttivo di Elena Mortara la carriera narrativa di Roth - unico ad esser stato inserito per l’opera omnia bella Library of America, diventa essa stessa romanzo. E la carriere, in Roth, si sovrappone alla vita. Vita da dove emergono tutti gli elementi che lo rendono uno stronzo di talento. La sua eistenza, infelice, provinciale e molto ebraica, svolta una mattina del 1959, quando a 26 anni fresco di laurea e di National Book Award vinto con il primo libro, Philip vede presentarsi la vecchia fidanzata Maggie con un (finto) campione di urina in mano dichiarando d'essere incinta. Lui la sposa, se ne prende cura fino al (finto) aborto e fino alla morte di lei; ma, scoperto l’inganno matura un sospetto ferocemente shakespeariano nei confronti delle donne che lo porterà a sposarsi -con l’attrice Claire Bloo-, a tradire, a scrivere di sesso e intimità con un’ironia che cambierà la storia delle letteratura. Nella recente biografia Roth scatenato di Claudia Roth Pierpont (nessuna parentela) si delinea il lato intimo dello scrittore. Per esempio, i reiterati viaggi in Cecoslovacchia e l’ossessione erotica di Roth non sono altro che antidoti alla solitudine. Lo stesso concetto di infatuazione, come il mal di schiena, non lo abbandonerà mai: «Non c’è frangente da cui l’infatuazione sia incapace di trarre alimento. Mi bastava guardarla per trasalire: lasciavo che mi entrasse negli occhi come un mangiatore di spade inghiotte una lama», scrive lui, in un’immagine bellissima sul sesso.

E poi si scopre che la madre e il padre Herman, premurosissimi, mai avevano creduto al successo di Alex Portnoy annunciato loro dal figlio davanti a una bistecca in un ristorante di Manhattan. E poi vengono a galla tanti particolari, frammenti smerigliati d'una vita che sembra uscita davvero da un film di Woody Allen: i litigi da primedonne con John Updike che lo sputtana su ogni rivista possibile; la scarsa propensione allo stakanovismo («scrivo al massimo due ore al giorno»); l’ascolto di Strauss e la lettura potente di Hemingway nonostante le citazioni dei pigolii del Grande Gatbsy; la passione per gli incontri di boxe di Jake La Motta.

La confessione psicanalitica di Alex Portnoy, ebreo di successo davanti al suo analista produrrà, in egual misura, applausi e scandalo (Seghe e Figomania si intitolano nella traduzione italiana, il secondo e il quarto capitolo del Lamento...) e aprirà la strada al personaggio, appunto, di Zuckerman, in Lo scrittore fanstasma (1979). Zuckerman, al contrario del quadro di Dorian Gray, invecchierà e si logorerà con e nelle contraddizioni del suo creatore, anch’io mal tollerante allo scorrere del tempo. Tempo che non impedisce, però,all’uomo di Newark di vergare capolavori da Il teatro di Sabbath a Complotto contro l’America, a La macchia umana e L’animale morente, che troveranno posto, presumibilmente, nei prossimi due Meridiani a lui dedicati. Personalmente, di Roth apprezzo due titoli minori: Il grande romanzo americano, esilarante omaggio al baseball e il racconto Il seno, ispirato a Kafka in cui un uomo si ritrova trasformato in un’enorme ghiandola mammaria. Roth puro...

di Francesco Specchia

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