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Pansa: perché Marina e Barbara Berlusconi non sono il dottor Fiz

Le vicende del medico ebreo, che curava gratis i poveri, della prof Jarach e della vedova Morello: tutte le vittime della Shoah che non c'entrano nulla con la prole perseguitata del Cavaliere

Giampaolo Pansa

Giampaolo Pansa

Anche nella sua città, Casale Monferrato, dove sono nato e cresciuto, quasi nessuno si ricorda del dottor Riccardo Fiz. Eppure nei primi anni del Novecento era stato un medico molto stimato e generoso, tanto da essere chiamato il Dottore dei poveri. Curava gli indigenti senza chiedere nulla in cambio. Accorreva sempre a ogni chiamata. Una volta alla settimana, nei locali della Croce Verde che aveva contribuito a fondare, teneva un ambulatorio gratuito per chi non poteva pagare il medico e le medicine. Provvedeva a tutto: curava, consolava e aiutava con piccoli prestiti, di cui non chiedeva mai la restituzione. Il dottor Fiz era ebreo, come parecchi cittadini di Casale, ma nessuno ci badava o lo riteneva una colpa. Era uno scapolo piccoletto, robusto, il volto dominato da una naso importate e da due baffoni neri. Nella prima guerra mondiale, pur essendo al di là della quarantina, aveva fatto il proprio dovere come capitano della sanità. Quel conflitto gli aveva lasciato tre eredità. Una pietà ancora più grande per le sventure degli esseri umani. Una mantella di panno grigioverde che nei mesi freddi portava come se fosse una divisa. E una bicicletta dell’esercito che gli serviva per il giro quotidiano dei pazienti.

I guai di Fiz iniziarono con le leggi razziali decise nel 1938 dal regime fascista. E diventarono terribili nel 1944 quando cominciarono le catture degli ebrei. Fiz aveva 75 anni e un fratello, Riccardo, di 71 anni, geometra. Si illusero di salvarsi passando da un rifugio all’altro, sulle colline del Monferrato. Poi decisero di nascondersi nell’ospedale cittadino, il Santo Spirito. Il dottor Fiz contava sull’aiuto dei colleghi medici. Ma lui e il fratello s’imbatterono in una suora malvagia. Quando si trovò di fronte i poliziotti che cercavano i Fiz, la monaca non ebbe esitazioni e indicò subito la stanza dove stavano. Il dottor Fiz venne ammanettato, insieme al fratello, e condotto nel piccolo carcere di via Leardi. Qui incontrò la religiosa che lo aiutava nell’assistenza ai detenuti. Con un sorriso malinconico, Fiz le mostrò i polsi serrati negli schiavettoni di ferro e domandò: “Suor Vincenza, che cosa ha fatto di male per essere trattato così?”. La suora scoppiò in lacrime e rispose: “Dottor Fiz, lei ha fatto soltanto del bene. E il Signore se ne ricorderà”.


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