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Sfogo di Ezra Pound in cella: "Hitler? Un santo raggirato"

Dagli archivi la dichiarazione difensiva del poeta dopo l'arresto: "Mai anisemita. Duce e Hitler? Volevano bene del popolo"

Sfogo di Ezra Pound in cella: "Hitler? Un santo raggirato"
«Hitler e Mussolini erano uomini semplici provenienti dalla campagna. Ritengo che Hitler fosse un Santo, e non brigasse per alcun tornaconto personale. Credo che fosse stato trascinato nell’antisemitismo. E questo lo ha rovinato». A sostenerlo è «Ezra Loomis Pound, residente temporaneamente a Sant’Ambrogio 60, - recita burocraticamente un verbale - un piccolo villaggio vicino a Rapallo, Italia».

Si tratta delle dichiarazioni scritte rilasciate dal grande poeta americano a Frank L. Amprim, agente speciale dell’Fbi a Genova l’8 maggio 1945 a completamento dell’interrogatorio rilasciato qualche giorno prima alle autorità alleate. Questo supplemento di deposizione si trova negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, da poco desecretati, che risultano ora a disposizione di storici e ricercatori. Sono gli stessi documenti che Mario Cereghino e Giovanni Fasanella hanno messo a frutto per il loro libro il Golpe inglese (Chiarelettere), di cui «Libero» ha già parlato. Della deposizione aggiuntiva di Pound ne ha dato l’annuncio «il Piccolo» di Trieste traendoli dal ricco sito di Giuseppe Casarrubea, dove sono riprodotti e scaricabili gli originali dei documenti. Ezra Pound è il poeta americano che oltre a rivoluzionare la lirica del Novecento si industriò a fornire agli americani con i suoi Cantos quel poema epico che essi non conoscevano. Ma il suo curriculum è segnato da una macchia. Aveva infatti sostenuto, durante il secondo conflitto mondiale, Benito Mussolini, perché considerato erede delle politiche agrarie e populiste del presidente americano Jefferson.

Alla fine della guerra però è costretto a fare i conti con la giustizia americana. La sua posizione giuridica, dinanzi ai vincitori, è difficile da districare. Per gli americani Pound è, semplicemente, un traditore. E quando il 3 maggio del 1945 si trova in ceppi tenendo in tasca i detti di Confucio, che s’accingeva a tradurre, ignora quanto difficili sarebbero stati gli anni immediatamente successivi alla fine delle ostilità. Non sapeva del calvario che lo avrebbe atteso. Non sospettava che dopo il Disciplinary Training Center nei pressi di Pisa, dal 18 novembre dello stesso anno lo avrebbero aspettato per lunghi anni i rigori della giustizia democratica elargita dal manicomio St.Elizabeth di New York.

Eppure mai sceglie di denigrare le sue scelte, cercando delle giustificazioni. Al punto che, nel momento in cui molti in difficoltà scelgono di trattare, lui, il poeta e l’intellettuale, decide di attaccare. «La politica di Winston Churchill - scrive nella sua deposizione - fu un “massimo di ingiustizia rinforzato da un massimo di brutalità”. Si pensi per esempio ai bombardamenti inflitti a obiettivi non militari». E continua senza esitare: «Alcuni di coloro che nell’autunno del 1943 raggiunsero il Nord Italia per aderire al governo fascista repubblicano erano uomini onesti incapaci di sopportare il lerciume di Badoglio. Il maresciallo presumibilmente trasse del denaro dalla resa agli Alleati. I documenti che riproducono le ricevute dei pagamenti sono stati pubblicati. Così come sono disponibili lettere manoscritte concernenti i debiti esteri di Vittorio Emanuele III. E queste sono state scritte dal re in persona».

Ma quando il conflitto diventa guerra civile i conti si regolano in maniera grossolana, trattando chi non sta da una parte come il pazzo o il nemico da eliminare. Contro questa tendenza il poeta americano non esita a opporre dei distinguo. E alle insinuazioni che gli vengono attribuite risponde a tono: «Non sono un antisemita. Non confondo l’usuraio ebreo e l’ebreo che si guadagna onestamente da vivere di giorno in giorno». «Lo so di essere stato incriminato per tradimento - continua - dal Grand Jury federale degli Stati Uniti. Eppure non ho mai compiuto atti di spionaggio durante le trasmissioni a radio Roma». La scelta di parlare alla radio è retta dalla sua convinzione nella libertà di parola: «Ho sempre lottato contro la censura. Anche in tempo di guerra ognuno ha il diritto di criticare le cause scatenanti dei conflitti che affliggono l’umanità. Nessuno ha il diritto di fornire al nemico informazioni di natura militare. Per esempio al momento dell’entrata in guerra degli Stati Uniti ho criticato il presidente Roosevelt perché credevo che fosse stato male informato e soprattutto in maniera incompleta. Roosevelt subiva condizionamenti sbagliati». E su questo l’America non l’aveva perdonato.

di Simone Paliaga

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Commenti all'articolo

  • Cristoforo Prodan

    21 Dicembre 2011 - 12:12

    I verbali degli interrogatori di Pound vanno considerati con cautela, in quanto presi da agenti di polizia in un periodo di guerra. Normalmente si tendeva ad aggravare la posizione dei cosiddetti "propagandisti" radiofonici dell'Asse per favorirne la condanna. Clamoroso il caso della propagandista americana di origini asiatiche "Tokyo Rose" (Iva Ikuko Toguri D'Aquino) che fu condannata per tradimento contro gli Stati Uniti e poi, a seguito di un'inchiesta giornalistica dei primi anni '70, nella quale si dimostrò che le sue dichiarazioni furono estorte, venne riabilitata dal presidente Ford nel 1977. Ben diversa è invece l'attendibilità dell'unica frase che Pound pronunciò durante il "processo" (in realtà un "indictement" davanti al Gran Giurì), e riportata nel resoconto stenografico del dibattimento, in cui, a seguito di una provocazione dell'avvocato della pubblica accusa Mattlack, esclama: «Non ho mai creduto nel fascismo, dannazione, io mi sono opposto al fascismo».

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