Cerca

Un assassino in meno

Editoriale di Belpietro del 2 maggio 2011: Non si deve esultare per la morte di un uomo, ma a noi la notizia ci riempie di allegria

Un assassino in meno

Certo, non sta bene gioire della morte di una persona, ma ci sono uomini che alla notizia della loro scomparsa fanno tirare un sospiro di sollievo e talvolta mettono pure allegria. Succede ai dittatori: immaginatevi quali furono i commenti quanto Hitler tirò le cuoia e come reagì il mondo alla notizia che Stalin era crepato, purtroppo nel suo letto. Se qualcuno esultò, si è dovuto poi confessare? Non credo. Del resto è capitato pure con gli assassini seriali, criminali che uccidono fra mille sofferenze le proprie vittime trasformando il delitto in un rituale da catena di montaggio. La fine di Osama Bin Laden, che dei dittatori e degli omicidi seriali univa le caratteristiche, non poteva dunque che suscitare analoghi sentimenti di giubilo, negli Stati Uniti come nel resto dell'Occidente. Il capo di Al Qaeda non solo ha sterminato migliaia di persone, ma lo ha pure fatto nel peggiore dei modi, colpendo civili inermi e in qualche caso facendoli sequestrare e poi macellare davanti alle telecamere per usarne i resti a fine di propaganda.
È impossibile dimenticare le immagini delle vittime delle Torri gemelle. Le duecento persone che si lanciarono da oltre il centesimo piano per sfuggire alle fiamme e i trecentoquaranta vigili del fuoco che morirono mentre cercavano di soccorrere chi era rimasto imprigionato nell'inferno scatenato dai kamikaze dello sceicco del terrore. Perirono in tremila, ma la cifra ufficiale non esclude che molti non siano mai stati identificati, dato che i reperti umani  ritrovati sotto le macerie e non attribuiti sono quasi diecimila. Anche se non fu lui direttamente ad armare i criminali che agirono a Madrid, ma che a lui si rifacevano, è difficile scordarsi i volti di morti e feriti nelle esplosioni di Atocha, la stazione ferroviaria della capitale spagnola. O quelli di chi fu bruciato nei vagoni della metropolitana di Londra, altro attentato organizzato dai seguaci di Al Qaeda.

Nel nome di Bin Laden molti furono uccisi in Iraq per la sola colpa di essere americani o italiani. Così, davanti a una cinepresa amatoriale e vestito come i prigionieri di Guantanamo, morì sgozzato Nick Berg, un giovane statunitense finito a lavorare a Baghdad per sbarcare il lunario. La sua testa fu esibita su Internet allo scopo di spaventare il mondo. Dopo di lui ne vennero altri e non solo nell'ex regno di Saddam. Con l'idea di combattere gli infedeli tirarono un colpo in testa a Fabrizio Quattrocchi, un italiano che faceva il guardaspalle in Liguria e per arrotondare in Iraq, il quale seppe guardare con coraggio la morte in faccia. Enzo Baldoni voleva raccontare la guerra e finì cadavere ai bordi di una strada. Antonio Amato invece voleva solo fare il cuoco e aveva trovato un posto in Arabia. L'elenco è lungo: inglesi, coreani, giapponesi, tedeschi, polacchi. Una lista infinita di nomi con un unico comun denominatore: non essere islamici. Di più: non essere fanatici dell'Islam radicale, quello per intenderci che vorrebbe far tornare il mondo al Medioevo. 

Bin Laden è stato questo. Il punto di riferimento di una banda di tagliagole che in nome della sharia vuole conquistare l'Europa, gli Stati Uniti e il resto del pianeta che professa un'altra religione. Con l'uccisione del nuovo teorico della guerra santa ovviamente non ci illudiamo che la guerra sia conclusa. Come segnalano gli esperti di terrorismo, la reazione sarà rabbiosa e qualche gruppo di kamikaze tenterà di dimostrare che nulla è cambiato e dopo la morte dello sceicco c'è chi è pronto a prenderne il testimone. È probabile. Ma ciò nonostante non possiamo non pensare che, anche col rischio di svegliare un can che dorme, una delle bestie più pericolose finalmente è stata eliminata. Un pensiero di cui, pur essendo cattolici, non ci vergogniamo. Per il Vaticano un cristiano non deve rallegrarsi della morte di un uomo, ma ci sono delle eccezioni. E poi i preti fanno il mestiere dei preti e altro non possono dire se non predicare il perdono. Noi invece, essendo umili peccatori, possiamo permetterci qualcosa in più. Anzi, a dirla tutta, l'unico rammarico che ci rode un po' è che il colpo finale sia giunto troppo tardi. Un ritardo che ha consentito all'emiro dei Talebani di dare la sua «benedizione» a centinaia di altri assassini.

di Maurizio Belpietro

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog