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Confessioni

Perché grasso non è bello: "Io, ex cicciottello, vivo con l'incubo dei lipidi in eccesso"

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Perché grasso non è bello: "Io, ex cicciottello, vivo con l'incubo dei lipidi in eccesso"

Grasso non è affatto bello. «Mah. Per me è la restistenza metabolica...». La che, scusa? «La resistenza metabolica. Avendo tu ingurgitato zuccheri per una vita, hai reso la tua insulina talmente potente che abbandona i tuoi muscoli e si butta sul tuo grasso, e ti fotte».

Cosi, con un avvitamento semantico, il medico mi spiega perchè sulla mia scheda clinica risulto «con diagnosi di obesità», pur pesando 65 chili, in discesa, per 1,80 centimentri. La mia «massa grassa» doppierebbe la mia «massa magra» in un inarrestabile crescendo lipidico. In pratica ho più addome che anima. In questo momento io rappresento il fenotipo contro cui ho combattuto per tutta la vita: l'uomo magro con la pancia. «Ommo de panza ommo de sostanza», mi dice mia moglie per consolarmi. Un po' sì. Ma anche un po' sticazzi. Manca solo avere il riportino e gl'incisivi marci e sembrerò uscito da un libro di Bukowski. La qual cosa mi terrorizza. Ora, in un normale ultraquarantenne ex podista con discopatia diffusa, che ha orari di lavoro autistici e si nutre come un giornalista medio (cioè in un tripudio quotidiano di colesterolo e trigliceridi), la cosa non sarebbe, in fondo, così irreparabile.

Invece, per me, assume i toni del dramma. Trattasi di un'ossessione che pensavo sepolta nel passato. Perché io sono un ex grasso. Ma non un grasso palese, col viso a forma di luna, un allegro obeso alla Falstaff fiero della sua carnalità in eccesso; uno, insomma, di quelli che se fottevano degli sfottò e delle dicerie, e irrompevano in ogni contesto col peso della loro crassa risata. No. Io ero un grasso triste. Un grasso con i fianchi ad anfora e le spalle strette che non si capacitava del perchè i calzoni fossero sempre di due taglie più grandi rispetto alla camicie. Uno di quelli che cercavano di coprire la ciccia con maglioni estremi, infilandosi le spalline della madre per dare una migliore «idea di proporzione» confidando che, negli dilatati anni 80, potessero confondersi con la moda del tempo. Alle medie, io ero alto 1,65 e pesavo quasi 80 chili.

La prime parole d'inglese che il mio compagno di banco apprese erano «fat» e «jumbo»; le cominciò ad usare, in una crudele alternanza, per attirare la mia attenzione in pubblico. Dopodichè, essendo i bambini cattivi, attaccarono tutti gli altri. Ero diventato «lo sboldròn», che in veneto significa il grassone. A 9 anni gli amabili compagnucci mi canticchiavano «cicciabomba cannoniere/fa la cacca nel bicchiere...», un cult dell'epoca. Il mio umore calava. M'innervosivo, mangiavo come un lottatore di sumo. E, di conseguenza, la pancia cresceva. A 12 anni, avvolto in scialli che parevan sudari, quando giocavo a pallone era faticoso solo vedere la porta. Perfino il maestro, mentre in tv davano i telefilm di Zorro evocava, per me, il sergente Garcia. Ogni giorno, vi assicuro, era una salita al patibolo. L'unico modo per combattere la cattiveria dei coetanei era buttarsi sullo studio. Divenuto uno dei migliori della classe spesso mi capitava di barattare il rispetto degli altri con i compitini di storia o i temi di italiano. Orribile.

Lo stillicidio lipidico non poteva durare. Infatti, vivaddio, non durò. A 14 anni lo sviluppo adolescenziale mi fece da dieta; scesi a 56 chili e, al ginnasio, divenni perfino un campioncino di corsa campestre. Però, 'sta cosa del grasso è diventata la mia maledizione. La bilancia è, per me, da anni una forca caudina. Io mi nutro essenzialmente d bombe caotiche però tolgo ai miei figli la Nutella, per non dimenticare. Adesso ci mancava solo la resistenza metabolica...

di Francesco Specchia

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