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Il maestro Giuseppe Laudani racconta i successi del suo «Laboratorio»

La fisarmonica ha salvato un ragazzo dalla mala del Brenta

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La fisarmonica ha salvato un ragazzo dalla mala del Brenta

«Trent’anni fa, quando gettai le basi del “Laboratorio Musicale”, a Campolongo Maggiore, nel Veneziano, era vivo l’«esempio» di Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta.

Al «Kennedy» di Bojon, frazione di quattromila abitanti, c'erano parecchi studenti che, per colpa dei genitori, in qualche modo erano legati a «faccia d’angelo».Damolti era considerato un «bravo toso», un ragazzo «tutto sommato bravo». «Al “Kennedy” l’educazione musicale praticamente non esisteva e non è difficile comprenderne i motivi.

Oggi la scuola, diventata istituto comprensivo “Diego Valeri”, vanta uno dei migliori laboratori musicali d’Italia e offre educazione musicale gratuita a moltissimi ragazzi», racconta uno dei principali artefici, il professor Giuseppe Laudani, referente artistico per il Veneto del «Comitato Orchestre e Cori Giovanili e Infantili in Italia».

Professore Laudani: siamo passati dalla banda Maniero alla banda musicale?

«Me lo disse, più omeno con queste parole, anche il sindaco di Campolongo durante un concerto dei nostri ragazzi. Le do solo un dato: negli anni abbiamoformatotreorchestre giovanili, una infantile, una under 14 e un’altra under 19, e queste vedono impegnati 250 allievi». 

Per voi la musica è un formidabile strumento di riscatto sociale.

«Di esempi ne potrei fare parecchi, ma mi limito a citarvi la storia di un ragazzino violento, un bulletto che nei temi scriveva sempre delle domeniche trascorse colpadre sull’argine “aprovare le bombe”. I suoi erano affiliati con la Mala. Gli assistenti sociali non sapevano più cosa fare. L’hanno salvato la fisarmonica delnonno e lo studio della musica, lapassione scoppiataper ilpianoforte. Pensi chepoiquesto ragazzo è riuscito a dare lustro a tutto l'istituto».

E come? 

«Nel ’98 si rese protagonista di un lavoro sulla tragedia del Vajont partendo dall'opera di Marco Paolini, che concludeva
lo spettacolo dicendo che non esisteva una canzone che parlasse di quella tragedia. “La scriviamo noi” se ne uscì lo studente. La chiamammo “L’incubo”. A Paolini piacque particolarmente e grazie a lui, in occasione del trentacinquesimo anniversario della 
catastrofe, la suonammo a Longarone tra la commozione della gente. Fu un’emozione indescrivibile. Ma mi permetta di aggiungere un elemento a questa storia,un particolare che non dimenticherò mai ». 


Prego.

«Il padre di quel ragazzo, scarcerato perché malato terminale, tra le lacrime mi disse: “Sono felice. Non farà la mia fine”. Oggi quell’adolescente ha quasi trent'anni, ha un lavoro onesto e sta mettendo su famiglia. Senza la musica chissà cosa ne sarebbe stato di lui». 

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