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Taganrog, il grano russo che ha fatto conoscere la pasta italiana

Taganrog, il grano russo che ha fatto conoscere la pasta italiana

Roma, 19 ott. (Labitalia) - Se oggi l’arrivo di grano dall’estero per arricchire la miscela di grani duri che dà vita alla pasta made in Italy viene contestato e talvolta considerato un ‘tradimento’ della nostra storia, i documenti d’archivio dicono che è vero esattamente il contrario. La tradizione pastaia italiana si è fondata, da sempre, anche sull’utilizzo di grani esteri di qualità, miscelati in percentuali tra l’altro molto superiori a quelle attuali. Si stima, infatti, che la dipendenza dall’estero, tra fine Ottocento e primi Novecento, ammontasse a circa il 70% del totale grano duro utilizzato. A ricordarlo è l’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) in vista della Giornata mondiale della pasta che si celebra il 25 ottobre.

Tutto ha inizio a metà dell’Ottocento, quando nel porto di Taganrog - base della Marina imperiale russa, fondata da Pietro il Grande circa un secolo e mezzo prima - iniziano i commerci con i bastimenti che partono, alla volta di Napoli o d’Imperia, carichi di una pregevole qualità di grano (che prende il nome dal porto di provenienza, anche se coltivato a Kazan) che tutti i pastai italiani dell’epoca vogliono accaparrarsi.

I commerci iniziano nel 1860 con 300 mila tonnellate, che diventano 1,6 milioni di tonnellate nel 1885 e 2,2 milioni di tonnellate nel 1890. Il grano Taganrog copriva allora il 90% circa del nostro import, che ammontava dunque già a circa 2,5 milioni di tonnellate di grano duro. In quei decenni, i commerci si fanno così stretti che alcuni italiani impiantano delle fabbriche di pasta (una decina in tutto), proprio nei dintorni del porto di Taganrog, in società con imprenditori locali.

Nel primo decennio del Novecento, la produzione della pasta nella zona di Torre Annunziata comincia a diventare una vera e propria attività ‘industriale’, dando lavoro a migliaia di persone. Stessa cosa accadeva, già da alcuni decenni, anche ad Oneglia, in Liguria, dove addirittura un’azienda si dota di propri velieri che 4 volte l’anno partono per andare a prendere, nel Mar d’Azov, il grano Taganrog.

Se a fine Ottocento si esportavano appena 70 mila quintali di pasta italiana, nel 1913 si arriva a 700 mila quintali, proprio grazie alla spinta data dal grano di qualità estero scelto dai migliori pastai italiani. La produzione complessiva negli anni Trenta (data del primo censimento dell’industria della pasta in Italia) arriva a circa 6 milioni di quintali, anche sulla spinta della crescente quota destinata all’export.

Nel frattempo, però, i flussi commerciali con la Russia s’interrompono. La Rivoluzione d’ottobre del 1917 e la Grande Guerra che sta devastando l’Europa chiudono una pagina della storia della pasta che pochi, oggi, conoscono.

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