Cerca

Intervista inedita

Elio Fiorucci: "Ho sfidato la Milano seriosa"

Elio Fiorucci: "Ho sfidato la Milano seriosa"

Pubblichiamo l’intervista inedita rilasciata da Elio Fiorucci a fine 2014 a Tommaso Labranca.

Elio Fiorucci. Lei è conosciuto in tutto il mondo e l’America è stata a lungo la sua casa. Si sente ancora milanese?
«Sono nato a Milano nel 1935. Papà era romano, giunto qui alla fine degli anni Venti. Mia mamma era originaria del lago di Como ed era arrivata in città da ragazza. Nonostante questo miscuglio io mi sento milanese. A casa eravamo affascinati dalla cultura milanese, dalla sua apertura. È una città molto più aperta di altre verso l’accoglienza. Ricordo che negli anni ’60 il meridionale che arrivava a Milano si sentiva meno estraneo di quanto non succedesse, per esempio, a Torino. Nemmeno nella stessa Roma c’era quella disponibilità».

Eppure godiamo di fama di città poco accogliente, «razzista» addirittura.
«Generalmente il milanese, l’abitante della città, non è mai stato razzista. È sempre stata una città abituata alle masse che arrivavano da altrove, a iniziare dai primi movimenti interni alla stessa Lombardia, quelli di cui aveva fatto parte anche mia madre, giunta dal comasco per cercare lavoro a Milano. E una volta arrivati ci si inseriva in quella che era una cultura indipendente dal resto del Paese. L’autonomia milanese nasce dalla coscienza di avere una forza economica e che si spinge fino al punto di avere un proprio rito ecclesiastico diverso da quello del resto d’Italia».

Insomma solo Milano poteva essere la città pronta ad accogliere un negozio innovativo come quello storico di Fiorucci in San Babila.
«Proprio così. L’idea mi venne dopo che ero andato a Londra per trovare mia sorella che studiava in Inghilterra.
Alla fine degli Anni 60 chi da Milano andava all'estero preferiva partire per Londra, dove trovava un riflesso dell'America. Parigi era già in declino, anche perché era più europea e, quindi, più chiusa. Londra era davvero come l'antica Roma, dove si dice che si mangiassero tutti i cibi, si parlassero tutte le lingue, si praticassero tutte le religioni. Nel pieno della swinging London visitai lo store di Biba, un posto dove non si vendeva e comprava soltanto, ma si poteva anche solo passare per vedere i clienti, la merce, ascoltare i concerti che a volte si tene-vano. In famiglia avevamo già esperienza commerciale, in quanto mio padre in via Torino aveva un negozio di pantofole e scarpe. In quegli anni a Milano i negozi di abbigliamento erano tutti classici, con nomi come Principe di Galles o Duca d’Este. Li sfidai nella tana del lupo. A due passi da quei luoghi così seriosi aprii Fiorucci con le sue pareti bianche, i vestiti colorati, gli oggetti di plastica, la musica dei Beatles ad alto volume, un continuo via vai di ragazze in minigonna. Questo è il contrasto di cui vive una città come Milano. E poi c’era un’altra opposizione, spesso con risvolti tragici, legata alla politica. Proprio vicino al negozio di San Babila si scontravano i giovani neri e i giovani rossi. Entrambi i gruppi però passavano in negozio senza nemmeno capire perché erano lì. Ai rossi piaceva perché era un posto rivoluzionario, ai neri perché ci trovavano le scarpe da lavoro americane e i jeans. Però nessuno sapeva se amarlo o odiarlo incondizionatamente».

È davvero tutto bello a Milano?
«L’errore in cui Milano cade spesso è quello di volersi credere una grande città. Non lo è dal punto di vista delle dimensioni. Basta arrivare da Roma per accorgersi di quanto i confini territoriali milanesi siano ridotti. Deve quindi capire che la sua forza sta nell’essere una città densa. Ci sono moltissime cose in uno spazio ridotto, praticamente tutte le risorse servono per lavorare. Negli ultimi anni la città non è peggiorata, anzi è migliorata. Deve solo puntare sul suo ruolo culturale, ad avere più attenzione per quanto nasce dal basso. A Milano manca ciò che si trova (o si trovava) in altre grandi città, quelle in cui l’arte e la moda affondano le proprie radici nella street life. Milano, purtroppo, non ha nessun luogo in cui questi scambi di idee possano avvenire. Vorrei avere a disposizione una vecchia stazione dei tram per ricavarne un mercatino, come Portobello a Londra».

di TOMMASO LABRANCA

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog