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L'intervista

Comunali 2016, parla De Albertis: "Il candidato sindaco sia della società civile"

Comunali 2016, parla De Albertis: "Il candidato sindaco sia della società civile"

È il più corteggiato del momento insieme al commissario di Expo Giuseppe Sala per la poltrona di sindaco di Milano. Lui, tirato più volte per la giacca sia da destra che da sinistra, non ha ancora sciolto la riserva. Claudio De Albertis, presidente della Triennale e da pochissimo anche alla guida dell’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, è il candidato civico che fa gola a molti. In un mandato, poi, come quello che inizierà nel 2016 e che vede il dopo-Expo come una delle partite chiave, per molti è l’uomo giusto al momento giusto. Anche se c’è chi dà la sua candidatura per improbabile, vista la nuova nomina. Ma lui non si tira indietro. «Io sindaco? Vediamo…». Intanto lo abbiamo intervistato per parlare di Milano, di Expo, del presente e del futuro della città. Con le sue potenzialità ancora da valorizzare, con i suoi problemi da risolvere.

Cominciamo dal dopo-Expo. Che ne pensa delle idee in campo?
«Ho dato un’occhiata al progetto di Cassa depositi e prestiti in cui si delineano un campus universitario, una cittadella della ricerca e dell’innovazione e un parco pluritematico. L’idea mi piace molto e credo sia funzionale, credibile e condivisibile. Ora però le istituzioni, governo, regione e comune, e la proprietà Arexpo devono prendere in fretta una decisione, altrimenti si rischia di arrivare in ritardo. Il tema va affrontato in una logica imprenditoriale».

Il presidente di Arexpo ha dichiarato che il progetto definitivo non sarà pronto prima della metà del 2017. Si apre dunque la questione della gestione del periodo intermedio.
«Ho giocato d’anticipo su questo punto. Il 2016, da aprile a settembre, è l’anno della Triennale Internazionale e tempo fa ho proposto al Comune di utilizzare il sito di Rho-Pero per questa grande manifestazione. Non ho ricevuto risposta, evidentemente il periodo di gestazione di alcune scelte delle amministrazioni non è compatibile con i nostri tempi. Ormai è troppo tardi, la faremo in vari luoghi della città. Peccato però. Insisto: bisogna essere più veloci nei processi decisionali».

Ci sono state diverse polemiche su Expo, sui biglietti venduti, sugli ingressi, sul rapporto con Milano.
«Vorrei riflettere su quest’ultimo punto: i padiglioni sono bellissimi, la manifestazione funziona e ha posto Milano al centro dell’attenzione internazionale. Ma si poteva, si doveva fare di più».

Cioè?
«Dall’idea originaria di un’esposizione nata per Milano, si è persa progressivamente l’identificazione con la città, spostando l’asse di più sull’Italia. È stata fatta una scelta plausibile, dovuta anche all’impegno economico del governo che è subentrato ai bilanci locali in difficoltà, ma oggi stiamo rischiando che la città non abbia quel ritorno, economico e di immagine, che si desiderava avesse. Expo sarebbe dovuta essere per noi una scintilla di trasformazione e per il momento non è stato così. Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta: bisogna parlare di ciò che offre Milano».

Torniamo qui, allora. In questo periodo, «Libero» lo sta denunciando da tempo, Milano sta offrendo anche l’indecoroso spettacolo dei profughi che dormono per strada e nei parchi.
«Milano è sempre stata la città dell’accoglienza e tale deve restare. Però, oggettivamente, ci sono quartieri della città ormai invivibili e questo non è accettabile. Il dramma dei profughi, perché di tragedia si tratta, non deve però sfociare nel degrado. Milano non può sostenere da sola il peso di tutto ciò: si tratta di un problema italiano, anzi europeo, e fino ad ora non si è fatto abbastanza».

Dopo l’annuncio di Pisapia di non ricandidarsi la giunta ha traballato: vicesindaco dimesso, liti su tutto…
«Io capisco bene le ragioni personali e politiche di alcune scelte, come quella del sindaco di non ricandidarsi. Io, però, se fossi stato nei panni di Pisapia avrei portato avanti il secondo mandato. I risultati del governo di una città, nel bene e nel male, si vedono nell’arco di dieci anni, ovvero di due mandati. Fra cinque anni si vedranno i risultati dell’attuale giunta così come, va detto, Pisapia in questi anni ha goduto del lavoro dei sindaci precedenti, Moratti e Albertini».

L’amministrazione della città, però, ne risente.
«L’annuncio di Pisapia ha creato un contesto da piena campagna elettorale con un anno di anticipo. E questo non fa bene al governo di una città».

Cosa manca a Milano per definirsi una metropoli internazionale?
«A me piace molto Milano, negli ultimi 15-20 anni è cambiata positivamente. È viva e attrattiva. Diciamo che si è avviato un percorso non ancora completato: c’è tanto da fare, soprattutto sulle infrastrutture, materiali e immateriali. Parlo soprattutto dello sviluppo e dello sfruttamento della fibra ottica, del potenziamento della rete del trasporto pubblico ancora insufficiente e della connessione con tutta la realtà metropolitana che attualmente è inesistente».

Se dovesse scegliere un quartiere su cui puntare?
«Tutta la zona che gravita attorno all’ex scalo di Porta Romana, intorno a via Ripamonti. La nuova Fondazione Prada, che trovo un luogo fantastico, è un esempio di riqualificazione perfettamente riuscito».

Per fare questo il prossimo sindaco dovrà venire dalla politica o dalla società civile?
«Io credo nella nobiltà della politica, ma in questi ultimi anni si sono fatti molti errori. Premesso che non amo il termine “società civile”, credo però che oggi Milano abbia bisogno di essere guidata da una persona che non fa della politica il proprio mestiere».

Un candidato civico, insomma. È il suo ritratto.
«Non scherziamo, io faccio già molto per la città con la Triennale».

Nemmeno un pensierino?
«Vedremo».

di Federica Venni

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