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Dopo la protesta dei profughi

Bresso si ribella ai clandestini: "Con loro non siamo più sicuri"

Bresso si ribella ai clandestini: "Con loro non siamo più sicuri"

Nel day after, dopo la manifestazione di lunedì, di fronte alla Croce Rossa di Bresso c’è un silenzio surreale. Niente più manifestazioni, chiasso, ma solo un lento fluire di immigrati lungo via Clerici in direzione di viale Fulvio Testi. Ne conti almeno due dozzine a piccoli gruppetti di tre o quattro persone (fra cui anche due donne) dirigersi verso il Parco Nord o la fermata della 31 che porta verso la città. Di fronte ai cancelli della Croce Rossa il baccano dell’altro ieri ha lasciato spazio a una quiete interrotta solo dal cancello che - aprendosi di tanto in tanto - lascia uscire i migranti a gruppetti. Alle 12,30 ne esce un altro gruppo su un piccolo bus scortato da un’auto della polizia. Di italiani neanche l’ombra. Per trovarne qualcuno bisogna andare alla pompa di benzina e autolavaggio dall’altro lato del centro. Lì incontriamo Salvatore, 47 anni, professione tranviere. Bressanese doc («Vivo qui da sempre»), lunedì scorso è stato bloccato dalla manifestazione: «Lasci perdere. Dovevo accompagnare mia moglie, che per colpa di questi qui è arrivata tardi al lavoro e sottolineo al lavoro. E se ancor peggio avessi avuto un’emergenza? Una volta qui di fronte c’erano i militari, giovani che imparavano la disciplina, per bene ed educati. Oggi ci sono loro: passano di fronte con spavalderia, come bulli, mostrandoti i muscoli e nascondendosi sotto quei loro spessi occhiali da sole neri. Non hanno alcuna voglia di integrarsi. Stanno sempre qui in giro, vanno nel bosco. Nella vita ho lavorato sodo per dare un futuro a mio figlio, se il futuro è questo mi sento defraudato. Forse farei bene ad andarmene io dall’Italia».
Accanto a lui c’è Asif: ha 29 anni, è originario del Bangladesh ma lavora lì, come addetto all’autolavaggio. Lui, che in Italia è entrato in modo regolare, non ce l’ha con loro: «A volte ho cercato di parlarci ma non è facile, devo sempre lavorare e il mio capo non è contento se mi distraggo. Molti mi sembrano bravi ragazzi» anche se, ammette, «ho visto che il mese scorso ci sono state due proteste per il mangiare, che dicono non è buono». Dall’altra parte della strada incontriamo invece Angela, 36 anni impiegata in un negozio di Bresso. Non vuole dare il cognome: «Sa, ho due bambine e qui non ci sentiamo al sicuro». «Ho sempre dovuto faticare per tirarle su da sola» aggiunge. «Non è facile quando guadagni 1.200 euro al mese, per fortuna mi danno una mano i miei genitori pensionati, per quel che possono. Però mi chiedo: se perdessi il lavoro chi mi aiuterebbe? Si lamentano delle tende e dei pasti, ma quanti italiani sono costretti a dormire in macchina o sotto i ponti? Loro chi diamine li aiuta?».

di MATTEO BORGHI

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Commenti all'articolo

  • Franzkeks

    26 Agosto 2015 - 22:10

    Ormai per fermare l'invasione afroislamica c'é solo un'opzione: quella militare. Abolire il diritto d'asilo e la Convenzione di Ginevra. Respingere alle frontiere con le armi i criminali islamici e gli africani che ci stanno colonizzando. Dichiarare lo stato di guerra secondo Art. 66 della Costituzione. Quindi mobilitazione generale delle forze armate per il controllo del territorio, ormai in m

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