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Invasione in città

Centri di accoglienza strapieni, i clandestini tornano in strada

Centri di accoglienza strapieni, i clandestini tornano in strada

«Siamo messi male, ieri pomeriggio ne abbiamo registrati oltre 180: non possiamo sostenere questi numeri per più di due o tre giorni». Alberto Sinigallia, presidente della fondazione Progetto Arca onlus che si occupa dell’accoglienza migranti e profughi in stazione centrale a Milano, è scorato. In via Tonale, a ridosso dello scalo ferroviario, proprio sotto il sottopassaggio Mortirolo, l’emergenza sta assumendo dimensioni ingestibili. Nel vero senso della parola. «I posti nei centri sono finiti ad agosto, solo la notte di domenica ci sono stati circa 300 arrivi non coperti dalla convenzione prefettizia: andare avanti così è davvero impossibile», chiosa.
A lanciare l’allarme, pochi giorni fa, anche l’assessore alle politiche sociali di Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino che aveva definito la situazione «complicatissima». Già. In quegli uffici dell’ex dopolavoro ferroviario c’è un via vai continuo.
Ieri, intorno alle 17, ci saranno state diverse centinaia di persone: ammassate per terra, sedute su sedie pieghevoli verdi o ordinate, in fila indiana, per le operazioni di registrazione. Passano silenziose, una alla volta fino alla scrivania, lo sguardo basso. «Non ci sono nemmeno i bagni: li stiamo sistemando nei locali della Barberia, saranno pronti entro domani (oggi per chi legge, ndr), ma per adesso la situazione è questa», fa eco Fabio, un volontario Arca. Così, come è successo la notte prima, anche ieri i richiedenti asilo sbarcati a Milano hanno dovuto arrangiarsi alla meno peggio e dormire lì. L’alternativa, d’altronde, era la strada.
Dentro l’hub di via Tonale è stata allestita anche una piccola aera giochi per i più piccoli (ce ne saranno una trentina, tutti intenti a distrarsi con palloncini e matite colorate) gestita direttamente da Save the children. Loro, però, non dormono lì: la priorità assoluta è spostare donne e bambini nei centri d’accoglienza di via Mambretti e di via Aldini, almeno per la notte. Certo è difficile, ma fino a ora ci sono riusciti: le brande della fortuna in centrale, per adesso, hanno ospitato solo uomini. Nel sottopassaggio Mortirolo c’è una piccola mensa, qualche panino e una fetta di pizza. Per il resto solo accampamenti alla buona, porte aperte, gente che entra e che esce. «Fanno la spola con Porta Venezia, anche lì ci saranno un centinaio di persone», ricordano i volontari.
Qui, pieno centro città, a due passi dal Pirellone, arrivano i migranti “spontanei”, quelli che non seguono l’iter dettato dal Viminale e, spesso, si fermano per pochi giorni: destinazione (per loro) Nord Europa.
Ma gli afflussi continui dei mesi estivi hanno letteralmente esaurito ogni risorsa disponibile. Nel senso: solo due giorni fa a Bresso (nel centro coordinato dalla Croce Rossa e rivolto ai profughi “prefettizi”, quelli cioè smistati dalla Prefettura) sono arrivati pullman con altre 220 persone e il ministero dell’Interno ha cercato di piazzarli un po’ ovunque. Senza esclusione di colpi, anche nei locali adibiti ai migranti “in transito”. Della serie: tutto fa brodo, l’emergenza è in atto.
Lo sanno bene i volontari di via Tonale: «Su oltre mille posti a disposizione nelle varie strutture di Milano, circa 250 sono occupati dai profughi “prefettizi”: il rischio che un migrante “in transito” non abbia dove stare perché i posti destinati a questo genere di arrivi sono oramai occupati è concreto», chiarisce Sinigallia. E se a Bresso sono praticamente al collasso (350 ospiti e strutture inadeguate ai mesi che verranno per cui è imminente lo smantellamento della tendopoli per far luogo a container più caldi), le ultime indiscrezioni parlano della possibilità di trasferire migranti e disperati in una caserma dismessa.
Quale, però, non è dato sapere. Anche perché ancora non c’è il via libera bollato dalle autorità: sembra, tuttavia, che nei giorni scorsi siano già stati avviati i primi sopralluoghi del caso. Manca l’ufficialità, insomma.
Nel frattempo le strutture di accoglienza arrancano come meglio possono. Ma tempo due giorni c’è il rischio che la situazione possa esplodere.

di Claudia Osmetti

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