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Era vivo, vegeto, detenuto

Il fratello dato per morto dai ghisa. Lui chiede 200mila euro di danni al Comune

Il fratello dato per morto dai ghisa. Lui chiede 200mila euro di danni al Comune

Se n’era già fatto una ragione da tempo: suo fratello Alviero era morto. Glielo avevano detto i vigili, anche se lui, al momento del riconoscimento del cadavere, aveva detto che no, forse quello non era davvero Alviero.
Sciolti i dubbi sull’identità, dopo le rassicurazioni degli agenti che lo avevano dichiarato morto identificandolo sulla base delle impronte digitali, si era perciò disperato: lo dicono le impronte digitali, non può che essere lui.
Non solo, aveva persino perso il lavoro, perché il clamore di quel fratello senzatetto, morto in una strada del centro di Milano, abbandonato senza documenti in una fredda notte di gennaio e poi seppellito nel cimitero ebraico di Milano, aveva fatto il giro della città. O quantomeno degli ambienti vicini alla comunità ebraica. Tanto che nella Sinagoga dove lavorava come addetto alle pulizie perse subito il lavoro.
Alviero, però, era vivo e vegeto e forse mandava cartoline, non dal Paradiso, ma dal carcere di Sanremo, dove era detenuto per furto e ricettazione di opere d’arte. Non proprio un clochard squattrinato, dunque, questo Alviero. Fortunato o sfortunato che sia, il protagonista di questa storia grottesca è milanese e si chiama Roberto Polacco.
Roberto ha saputo che suo fratello era ancora vivo ricevendo un telegramma dal carcere della cittadina ligure: poche righe in cui si chiedeva un chiarimento sulla pensione dell’ultrasettantenne Alviero. All’apertura della busta Roberto deve aver pensato al solito errore burocratico: come quando, a distanza di anni dalla morte di un genitore, di un nonno, di un parente in generale, ti arriva nella casella delle lettere della vecchia casa ancora la bolletta del gas da pagare, la pubblicità dell’olio, il volantino del supermercato, la richiesta di un’agenzia immobiliare.
O forse, più semplicemente, si sarà immaginato un’omonimia. Oppure uno scambio di persona. Uno scambio che sì c’era stato, ma due anni prima, proprio in quella via di Brera dove la Polizia locale aveva trovato un clochard morto e assicurato - impronte digitali alla mano - che quello era e non poteva essere altri che suo fratello.
Chissà cosa deve aver passato Roberto in questi due anni: i sensi di colpa per la morte di un fratello che lui non vedeva da dieci anni e che in quei dieci anni era finito sotto a un ponte o in mezzo alla strada senza che nessuno se ne preoccupasse. E chissà cosa starà passando ora per aver scoperto che mentre lui si preoccupava e si disperava, Alviero in realtà stava in carcere per furto di opere d’arte. Tant’è, Domenico Musicco, il legale di Roberto, nelle scorse settimane ha chiesto al Comune di Milano un risarcimento danni di ben 200mila euro.
Per lo scambio di cadavere e per un errore che appare madornale. Il Comune, in evidente imbarazzo per la gestione tragicomica della faccenda, non ha ancora risposto e il caso a questo punto finirà dunque in tribunale: «Il mio assistito, oltre a subire danni morali – ha spiegato l’avvocato del signor Polacco – piangendo la morte di un fratello che in realtà è vivo, ha perso il lavoro, in quanto si occupava delle pulizie nella Sinagoga di Milano e in seguito al clamore provocato dalla vicenda non gli è stato rinnovato il contratto».
Chiarita la storia di Roberto e Alviero, ora resta da capire di chi sia il cadavere di quel senzatetto trovato due anni fa in via Brera e che ora riposa al cimitero ebraico. Con il nome impresso sulla targa di Alviero. Molto probabilmente resterà un fantasma.

di FEDERICA VENNI

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