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La clamorosa protesta dei commercianti

In Porta Venezia i negozi chiudono per colpa dei profughi

In Porta Venezia i negozi chiudono per colpa dei profughi

Serrande abbassate per protesta. Perché, se va avanti così, rischiano di chiudere per davvero. I clienti che quando osano avvicinarsi scappano per non tornare più, il fatturato in picchiata, il degrado, i capannelli di profughi piazzati tutto il giorno davanti alle vetrine: questa è la situazione, totalmente fuori controllo, che i ristoratori di Porta Venezia sono costretti a sostenere a causa dell’emergenza profughi. Giuseppe Cusmai ha la sua attività, l’osteria pugliese “Luna Piena”, in quello che è diventato un centro di accoglienza profughi a cielo aperto, l’incrocio tra via Lecco e via Lazzaro Palazzi. Ieri ha transennato il suo locale tappezzandolo di cartelli: «Non siamo un centro di collocamento africano. Comune dove sei?».
È l’ultimo appello a Palazzo Marino, che, tra un annuncio e l’altro - l’ultimo è proprio di ieri con la comunicazione, da parte degli assessori Granelli e Majorino, di un vertice lunedì in prefettura - «ci lascia soli». «Ho chiuso il ristorante perché a pranzo non ho più un cliente», spiega Peppino. Di giorno è impossibile avvicinarsi all’ingresso senza dover fare lo slalom tra immondizia e accampamenti. «La sera va un po’ meglio alcuni di loro vanno nelle strutture di accoglienza», ma comunque «gli affari girano malissimo: in due anni (da quando cioè, tra un’emergenza e l’altra, la presenza di immigrati irregolari è sistematica, ndr) ho perso il 70% dell’incasso». Peppino non può nemmeno decidere di andarsene perché, allarga le braccia, «se prima il locale valeva 300mila euro, ora mi darebbero la decima parte». E lancia la provocazione: «Perché il Comune non mi dà uno spazio? Io mi trasferirei volentieri, in questa zona è diventato impossibile lavorare». O meglio, puntualizza, «lo è diventato per noi italiani perché agli eritrei, padroni di tutta la via, gli affari vanno a gonfie vele».
In questo isolato all’ombra dei giardini Montanelli sono pochissimi gli esercizi commerciali gestiti da italiani: insieme a Peppino, a battersi per denunciare il degrado c’è Davide Pascale, il titolare dello storico locale argentino “El paso de los toros” di via Palazzi. «Sono due anni che ci appelliamo invano alle istituzioni»; ormai, ci racconta, «queste vie sono diventate il cuore del business delle comunità africane, con i danni che ciò comporta per noi». Anche se a Davide va un po’ meglio che a Peppino, perché parte del suo incasso viene anche dalla vendita di bevande e non solo dalla ristorazione, il fatturato è comunque dimezzato: «Ho otto dipendenti che lavorano per me, se andiamo avanti così mi toccherà lasciarli a casa».
La zona è priva di presidi fissi, si vedono girare i City Angels e i volontari delle associazioni, ma «anche loro ci dicono ripetutamente di non poter fare nulla». Oltre il danno, la beffa: «Gli eritrei “italianizzati”, quelli che cioè vivono nel quartiere, ci additano come razzisti ogni volta che cerchiamo di allontanare i profughi accampati davanti ai negozi». Palazzo Marino, complice il clima da campagna elettorale, ammette che «a Porta Venezia la situazione è diventata oggettivamente insostenibile». Meglio tardi che mai, così, dichiarano Majorino e Granelli, «lunedì in Prefettura chiederemo interventi più decisi, come quelli che ad agosto si erano rivelati efficaci». Già, tanto efficaci che si è di nuovo al punto di partenza. La soluzione definitiva, secondo Paolo Uguccioni, presidente del Comitato Venezia Buenos Aires, è mandare «un presidio fisso di polizia. Se il Comune, come dice da anni, davvero vuole aiutarci, questo è l’unico modo». Ne è convinto anche Luca Longo, presidente di Ascom Venezia, l’associazione dei commercianti della zona, che aggiunge: «L’ennesimo vertice in Prefettura che non porterà a nulla. Il problema è che non c’è la volontà politica, da parte della maggioranza che non fa nulla ma anche dell'opposizione che non porta la nostra voce in consiglio comunale, di mettere la parola fine a questo scempio». E avverte: «Siamo pronti, insieme ai residenti, a bloccare corso Buenos Aires nelle prossime settimane».

di FEDERICA VENNI

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