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Uno schiaffo ai milanesi e un tappeto rosso per il radicalismo

Uno schiaffo ai milanesi e un tappeto rosso per il radicalismo

Fin dalla pubblicazione dello sciagurato bando comunale per le moschee, avvenuta il 30 dicembre 2014 sperando che i milanesi fossero distratti da zampone e lenticchie, questo giornale si è schierato contro il regalo dei terreni pubblici alle comunità islamiche. La preghiera abusiva negli scantinati è un problema? Certo. Ma il problema non si risolve assegnando agli imam a prezzi di saldo due aree di proprietà dei milanesi (tra cui perfino il glorioso ex Palasharp). Semmai si rischia di generare ulteriore caos. Come era ampiamente prevedibile, infatti, due minareti non bastano alla galassia islamica milanese: i musulmani di viale Jenner, sconfitti nella gara pubblica, minacciano di tornare a pregare in strada; l’imam di Segrate si lamenta del punteggio troppo basso e non esclude ricorsi; i bengalesi del Caim, retrocessi per via del contenzioso aperto con il Comune in via Cavalcanti, contestano la graduatoria definitiva.
Tutti contro tutti. In secondo luogo, come ha sottolineato anche il magistrato Stefano Dambruoso, Palazzo Marino non ha introdotto nel bando nessuno strumento significativo per rassicurare i cittadini delle zone coinvolte dal punto di vista della sicurezza né sull’isolamento dell’ala più radicale della predicazione islamica. Poi c’è il groviglio amministrativo. Il Comune ha voluto andare allo scontro con la Regione, ignorando i paletti introdotti da legge di Maroni che di fatto rende illegali le concessioni arancioni. In attesa degli esiti della lunga battaglia giudiziaria all’orizzonte, affiora una certezza: da qualunque lato si guardi, l’operazione targata Majorino-Pisapia passerà alla storia come un grande pasticcio. E a pagarne il prezzo più alto - un film già visto in questo quinquennio arancione - saranno i milanesi: due immobili pubblici regalati a canone scontato agli islamici, centinaia di fedeli pronti a tornare in strada a pregare in viale Jenner, una gragnuola di ricorsi al Tar. Un vero disastro.

di Massimo Costa

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