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Il cambio di rotta

Schiaffo a Renzi dei sindaci Pd: "Con Maroni per l'autonomia"

Schiaffo a Renzi dei sindaci Pd: "Con Maroni per l'autonomia"

C’è chi la ritiene una posizione perfettamente coerente e chi, al contrario, fa notare parecchie discrepanze. Certo è che una passione così forte del Pd lombardo per l’autonomia regionale non s’era mai vista. Due giorni fa il gruppo consiliare democratico al Pirellone ha consegnato nelle mani del governatore Roberto Maroni un documento sull’autonomia regionale che chiede - in soldoni - di aprire una trattativa col governo sull’autonomia lombarda. Una strada di dialogo - che a detta del segretario regionale del Pd lombardo Alessandro Alfieri, «è molto più veloce e consente anche di risparmiare 30 milioni» - promossa dai sindaci di Bergamo Giorgio Gori e di Brescia Emilio Del Bono. «La Lega in questi anni - ha detto Gori - non ha portato a casa nessun risultato, noi vogliamo farlo e non abbiamo nessun problema a dialogare con altre forze» mentre per Del Bono ha sottolineato la centralità dell’importanza degli amministratori locali e del principio di sussidiarietà ed equità.
Un’idea per cui il Pd sarebbe disposto anche a battere i pugni sul tavolo e - sostiene Alfieri - «se il governo non ci ascolterà sosterremo il quesito referendario, ma solo come extrema ratio». Dichiarazione che contrasta con il voto contrario dato dal Pd al referendum a febbraio, che il ministro delle Riforme costituzionali Maria Elena Boschi aveva bollato come inutile, «visto che già l’articolo 116 della Costituzione offre la possibilità di competenze legislative alle regioni». Un cambio di rotta che Maroni ha però apprezzato: «Chiederò all’Assemblea di Palazzo Pirelli di discutere il prima possibile il documento che chiede maggiore autonomia per la Lombardia, presentato dai sindaci delle città capoluogo e dei presidenti di Provincia appartenenti al principale partito di opposizione», ha detto ieri giudicando la posizione del Pd «una svolta». Un’iniziativa che il governatore e la maggioranza non vede però come alternativa bensì come «momento di rafforzamento e sostegno» del referendum, fondamentale per aprire «una trattativa con il Governo sui costi standard». Insomma la maggioranza tira dritto. «Riteniamo positivo questo cambio di rotta. Nei prossimi giorni si discuterà della Riforma costituzionale, ci aspettiamo che il Pd sia coerente con la proposta dei propri sindaci. In ogni caso dal referendum non si torna indietro», dice il consigliere e segretario cittadino di Forza Italia Giulio Gallera. Ancor più cauto il capogruppo della Lista Maroni Stefano Bruno Galli. «Il Pd dopo aver votato contro il referendum a febbraio, da un sondaggio interno s’è accorto che il 92% dei militanti era per l’autonomia. Bisogna essere prudenti: le condizioni devono essere chiare e scritte nero su bianco perché con Roma non si tratta al ribasso. E il referendum resta imprescindibile». A mettere in guardia sulla possibilità di aprire una trattativa è il consigliere Pietro Foroni (Lega) che fa notare la possibilità di ricorsi: «Se il referendum di indirizzo politico è precedente alla trattativa può essere annullato dalla Corte costituzionale. Se invece è successivo può essere impugnato di fronte al Tar, che può così facilmente annullarlo nel caso la trattativa sia fallita. Il Pd tiene il piede in due scarpe, da una parte chiede l’autonomia e dall’altra fa a Roma una riforma neo-centralista». A difendere la posizione democratica è invece il consigliere Carlo Borghetti secondo cui non c’è stato alcun cambio di rotta: «L’articolo 116 della Costituzione dà la possibilità di riconoscere, a seguito d’intesa col governo, diversi livelli di autonomia. Chiediamo di percorrere questa strada. Forse la Lega punta tutto sul referendum solo per propaganda politica». C’è di mezzo un’importante questione di soldi. «Il residuo fiscale certificato della Lombardia - ha sottolineato l’assessore regionale Simona Bordonali - è di 54 miliardi di euro all’anno. Ogni lombardo regala tutti gli anni allo Stato italiano 5.500 euro di tasse che non si trasformano in servizi». Eppure nonostante ciò la Lombardia è l’unica regione che non rischia la bocciatura del bilancio da parte della Corte costituzionale che ad agosto ha dichiarato incostituzionale il bilancio 2013 del Piemonte e messo sotto osservazione quello di tutte le altre regioni. Dati che contraddicono Renzi che, lo scorso ottobre, sosteneva: «Se vogliamo ridurre le tasse, tutti devono ridurre spese e pretese. Tagliare i servizi sanitari è inaccettabile. Non ci sono troppi manager o primari? È impossibile risparmiare su acquisti o consiglieri regionali?». Tagliare ancora in Lombardia pare impossibile.

di MATTEO BORGHI

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