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La proposta in Regione Lombardia

La schiscetta a scuola divide le famiglie

La schiscetta a scuola divide le famiglie

Schiscetta sì, schiscetta no. Il Movimento 5 Stelle ha iniziato a raccogliere firme per lasciare ai genitori la libertà di scegliere se far portare da casa ai propri figli i pasti o lasciare che mangino ciò che propone la mensa. Abbiamo ascoltato le ragioni dei grillini e di un pediatra del San Paolo di Milano. Ecco cosa ne pensano.

LA GRILLINA - Cinquecento firme in poche ore. È questo lo straordinario risultato della petizione lanciata dal Movimento Cinque Stelle per consentire l’introduzione del pasto da casa in alternativa a quello offerto dal servizio di ristorazione scolastica. «La Costituzione è chiara e garantisce il diritto a scelte alimentari autonome. È evidente che i cittadini chiedono alle istituzioni di prendere in seria considerazione quanto molti genitori stanno chiedendo da anni», spiega Paola Macchi, portavoce regionale del M5S Lombardia.
I menù scolastici però sono fatti da nutrizionisti...
«Abbiamo appurato che in alcune mense i criteri dei nutrizionisti non vengono rispettati. E poi ci sono dei problemi etici: alcune famiglie sono vegane o vegetariane e la scuola non fornisce menù adatti. Portandosi il pasto da casa nessun bambino rischierà più di rimanere a digiuno quando il menù fisso della mensa non consente alternative».
C’è anche un problema economico dietro questa richiesta?
«Il pasto da casa è di gran lunga più economico rispetto a quello della mensa privata che spesso incide pesantemente sul bilancio familiare costringendo i genitori a indebitarsi con la società di ristorazione o con il Comune».
Cosa ne farete di queste firme?
«Le porteremo all’assessore alla Scuola Valentina Aprea perché si attivi presso i comuni per permettere ai bambini lombardi di andare a scuola con il pranzo da casa. Non solo. Ci stiamo attivando per organizzare una tavola rotonda per sentire i pro e i contro con genitori, insegnanti, nutrizionisti e amministratori locali. C’è un problema nelle mense e vogliamo risolverlo».
Che tipo di problema?
«Alcuni pasti non vengono consumati. Ci sono ricerche che parlano del 70% di cibo buttato. Questo, ad esempio, è un problema.

IL PEDIATRA - «No. Assolutamente no». Risponde così Filippo Salvini, professore di pediatria all’Università San Paolo di Milano e dirigente medico presso la clinica pediatrica della stessa università, alla domanda se è d’accordo o meno all’introduzione nelle scuole lombarde del pasto da casa in alternativa a quello offerto dal servizio di ristorazione scolastica.
Perché?
«Perché non è abbastanza diffusa nelle famiglie la conoscenza delle norme alimentari soprattutto nella prima infanzia. Le informazioni che posseggono madri e padri sono spesso poco chiare ed esaustive. E il rischio è di fare dei danni alla salute dei propri figli. Al contrario i menù offerti dalla scuola sono studiati nel dettaglio da nutrizionisti tenendo conto del fabbisogno calorico dei bambini, di quante volte deve essere assunta la carne, dell’abbinamento degli alimenti, dell’importanza della frutta e della verdura».
Spesso però i bambini rifiutano il cibo della mensa...
«Da quello che mi risulta viene sempre offerta un’alternativa. E poi che un bambino possa avere problemi di denutrizione o malnutrizione per via di un pasto saltato a mensa mi pare veramente impossibile. Piuttosto il suo essere selettivo verso alcuni alimenti potrebbe comportare dei danni anche a lunga scadenza come sovrappeso o obesità. E in questo senso il pasto della scuola è importante anche per modificare i comportamenti scorretti acquisiti in famiglia».
Quindi il pasto a scuola ha anche un valore educativo.
«Certo. Molti bambini condividendo il pasto con gli altri bambini superano le diffidenze verso un cibo. Insomma provano e per la maggior parte di loro viene risolta la selettività che non ha una motivazione medica».

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