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Comitato di liberazione di Porta Venezia

La marcia degli eritrei per fermare i profughi

La marcia degli eritrei per fermare i profughi

Peppino Cusmai, titolare dell’osteria «La luna piena», ora tiene aperto solo a pranzo: impossibile ricevere clienti di sera con i bivacchi davanti alle vetrine. Alla sua sinistra c’è Teclemariam Ghebreyesus, etiope arrivato in città 42 anni: «Davanti a queste scene io soffro due volte, come italiano e come africano». Ibrahim, eritreo, è qui da 34 anni e ha deciso di aderire al comitato. «La situazione è molto grave».
Italiani ed extracomunitari uniti per chiedere più decoro a Porta Venezia. Il nuovo cartello delle associazioni di quartiere, riunite nel «Comitato di liberazione italo-africano di Porta Venezia», oggi verrà ricevuto in prefettura. «Siamo per la collaborazione e non per la contrapposizione» ripete Paolo Uguccioni, già presidente del comitato Venezia Buenos Aires. Ma se non ci saranno azioni concrete delle istituzioni, la strada è già segnata: «Marceremo in corteo fino a Palazzo Marino, e porteremo con noi anche i profughi».
La via crucis quotidiana nella culla milanese dell’immigrazione del Corno d’Africa è fatta di bambini sdraiati sui marciapiedi, inchieste sui trafficanti di profughi e panni stesi alla fermata del tram davanti ai Bastioni. Luca Longo, presidente di Asscomm Porta Venezia, è tra i fondatori del nuovo comitato che raduna un migliaio di persone: «Sono stati spesi 14 milioni di euro per l’emergenza profughi in questi anni, ma ci ritroviamo ogni giorno con scene terribili di abbandono di minori. Pensiamo soprattutto ai più piccoli, le istituzioni devono reagire». Dopo ogni ondata di arrivi, la situazione è peggiorata. «Ci sono bambini di sette anni che sono possibili prede della prostituzione minorile perché non si fanno identificazioni» aggiunge Longo, «per fermare questo scempio stiamo valutando delle azioni giudiziarie contro i rappresentanti delle istituzioni che hanno abbandonato i minori». Dietro l’indignazione e la crisi che ha colpito i commercianti - in molti denunciano affari in calo fino al 70% - non c’è nessuna tentazione razzista. Il simbolo del nuovo comitato è una stretta di mano, i rappresentanti citano più volte Papa Francesco e la necessità di un accordo europeo per l’accoglienza dei profughi. «Il problema è concentrato in 100 metri di strada» allarga le braccia Uguccioni, «possibile che nessuno intervenga?».
Anche i rappresentanti delle comunità Eritrea ed etiope chiedono «dignità e decoro per il quartiere». L’ex vicesindaco Riccardo De Corato, oggi consigliere di opposizione in Comune, porta la sua solidarietà e attacca: «Qui i grandi assenti sono il governo e il Comune. Noi avevamo messo un presidio fisso in piazza Oberdan, ora profughi o presunti tali hanno assediato la zona senza che il Comune e lo Stato abbiano mai alzato un dito». I commercianti chiedono più sostegno dalle associazioni di categoria, il sindacato autonomo Sinclado con Giovanni Cafaro sottolinea «l’assenza delle grandi sigle sindacali in questi anni di battaglie». Le battaglie - iniziate con le «passeggiate civiche» stoppate dal prefetto un anno fa - non continueranno solo attraverso manifestazioni, esposti e marce. Il comitato di liberazione italoafricana sta organizzando anche una festa di quartiere in cui ristoratori italiani e africani prepareranno i loro cibi: «Ciascuno inviterà a cena alcuni etiopi ed eritrei oggi in strada». Un altro segno della volontà di risolvere i problemi «tutti insieme». «Siamo propositivi» conclude Uguccioni, «certo se non avremo risposte oltre alla carota useremo il bastone marciando fino al Comune».

di MASSIMO COSTA

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