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Verso le Comunali 2016

La tentazione di Salvini: candidarsi

La tentazione di Salvini: candidarsi

L’idea non è del tutto peregrina: e se fosse Matteo Salvini il candidato sindaco di Milano? Lunedì sera durante la cena segreta tra Silvio Berlusconi e il segretario leghista i due leader hanno dovuto prendere coscienza del fatto che i petali della margherita con i nomi dei possibili candidati sindaci di Milano sono quasi finiti. E fin qui nessuno degli interpellati ha pronunciato il fatidico «sì».
Non lo ha detto Paolo Del Debbio, il giornalista Mediaset che sarebbe riuscito a mettere tutti d’accordo nel giro di un amen. E che il suo «no» sia definitivo è più che un’ipotesi dal momento che anche un inguaribile ottimista come Salvini ha ammesso che «quando una persona dice cortesemente di no, bisogna prenderne atto». Non lo ha detto nemmeno Sergio Dompè, il nome che Berlusconi ha sfoderato lunedì a cena, tra il dolce e il caffé. Il numero uno di Farmindustria, legato ad Albertina Carraro (figlia di Franco, molto amico di Berlusconi), però, ha declinato l’invito. Così come nel tempo hanno fatto pure il presidente della Triennale Claudio De Albertis, il rettore della Statale Gianluca Vago, il numero uno di Assolombarda Gianfelice Rocca e il presidente di Confindustria e Camera di Commercio Carlo Sangalli. Rifiuti pronunciati non tanto per un senso di sfiducia nel centrodestra, quanto per una presa di coscienza sui tempi grami per amministrare un ente pubblico. Fosse anche il Comune di Milano.
Poi ci sono gli altri, quelli che vorrebbero ma non possono, come il capogruppo al Senato di Forza Italia Paolo Romani che non è riuscito (per il momento) a far convergere su di sé i favori di tutti i pezzi del centrodestra, proprio come il sottosegretario in Regione Giulio Gallera (che pur con la sua «Milano merita» ha battuto palmo a palmo la città); Maurizio Lupi che piace, e tanto, a Maroni e a Forza Italia, ma che è visto come fumo negli occhi da Salvini e dalla Lega; per finire con l’ex sindaco di Segrate Adriano Alessandrini, la cui figura però appare alla coalizione un po’ leggerina rispetto alla partita da giocare.
Avanti di questo passo la situazione rischia l’empasse e non è detto, questa la novità dell’ultima ora, che alla fine a dire il fatidico «sì» possa essere proprio il leader della Lega Matteo Salvini. Il «Capitano» è a un bivio e lo sa bene. Deve decidere cosa fare da grande e i sondaggi della Lega sono sì lusinghieri, ma anche bloccati, dato che da mesi non sfondano la barriera del 15%, segno che i moderati (quelli che votavano Fi) stentano a farsi ammaliare dal progetto salviniano fatto di felpe, ruspe e, perché no, anche di idee interessanti. I numeri però parlano chiaro e il 15% non basta certo a lanciare la sfida a Renzi. Per di più, inutile nasconderlo, l’ennesima calata al Sud (ai tempi ci aveva provato anche Umberto Bossi) non sta dando i frutti sperati. Anzi. Fin qui l’operazione «Noi per Salvini» non ha convinto. E non è un caso che le sortite «sudiste» di Salvini siano diminuite di intensità. Per tutti questi motivi Matteo starebbe seriamente pensando di scendere in campo. In una società ultra mediatica come quella odierna, il bottino di consensi si guadagna e si perde in click e non capitalizzarlo ora potrebbe essere un errore irreparabile. E Salvini lo sa bene. Così come sa che potrebbe usare Milano come piattaforma programmatica per poi dare l’assalto a Roma, magari con uno dei suoi due governatori.
E poi un suo impegno diretto lo ha chiesto, anche se in maniera velata, Roberto Maroni dopo le diatribe interne sul ruolo nella coalizione del Nuovo Centrodestra. Si potrebbe leggere così il suo appello al «Capitano» sulla presa in carico delle responsabilità sulle alleanze. Posizione ribadita anche ieri da Maroni: «Ci siamo e sentiti io e Matteo e su questo punto abbiamo un’opinione diversa, ma in un partito democratico la diversità di opinioni è una ricchezza».
I due ne parleranno lunedì nel consiglio federale convocato da Salvini per provare a mediare una posizione comune. Sì, mediare e non dettare la linea come molti pensano, perché Roberto Maroni non è Flavio Tosi e la partita che si giocherà in via Bellerio sarà più simile agli scacchi che al gioco della torre. Tosi era «sacrificabile» per l’unità interna. Maroni no e non solo per il suo ruolo nella regione simbolo per il Carroccio.

di FABIO RUBINI

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Commenti all'articolo

  • pastello

    12 Ottobre 2015 - 19:07

    Cosa farà da grande Salvini? Un'alleanza coi 5 Stelle. Gli italiani non aspettano altro.

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  • miraldo

    09 Ottobre 2015 - 11:11

    Salvini sarebbe sciupato come Sindaco di Milano. Il suo futuro ruolo è quello di premier al posto del pinocchio Renzi.

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  • ivan C.

    09 Ottobre 2015 - 10:10

    Salvini se si candida a roma sai i fischi che prende? Un partito che per decenni ha gridato roma ladrona ed ha fatto razzismo verso il centro ed il sud vorrebbe candidarsi come sindaco? Ci provi, che ci facciamo delle ricche risate.

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