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Bocciata la mozione di sfiducia

Maroni "pigliatutto". Sua anche la Sanità

Maroni "pigliatutto". Sua anche la Sanità

Il dopo Maroni alla Sanità? Maroni. Proprio così. Ieri sera il governatore lombardo e Silvio Berlusconi si sono visti per un «aperitivo lungo» (durato più di due ore) ad Arcore dove è stato siglato l’accordo (benedetto in mattinata anche da Salvini e dalla mozione di sfiducia bocciata con 47 no e 30 sì) per il rimpasto di giunta, che verrà annunciato ufficialmente entro venerdì mattina.
Così dal vertice è uscito lo schema di rimpasto (da aggiustare ci sono solo questioni legate a deleghe minori). Il nuovo assetto della giunta sarà il seguente: Maroni si terrà fino a fine mandato le deleghe al super assessorato alla Sanità e Welfare, questo innanzitutto perché vuol gestire in prima persona l’assessorato in un momento delicato sia politicamente per l’avvio della riforma, sia giudiziariamente per le inchieste che hanno coinvolto la Regione («ma non c’è un euro di tangente pagato dalla Lombardia. E i casi messi in rilievo dall’ordinanza contro Mantovani non hanno profili di irregolarità procedurale» ha ribadito ieri in aula) e poi perché la «non impugnazione» della riforma sanitaria da parte del governo apre uno scenario politicamente intrigante. Il ministro Lorenzin, infatti, si è detta disponibile ad aprire un tavolo di confronto con la Lombardia per fare di questa riforma un modello nazionale e Maroni vuol giocare questa partita in prima persona, utilizzando uno schema calcistico già collaudato: lui punta centrale a gestire la politica e il leghista Fabio Rizzi e il centrista Angelo Capelli ad occuparsi della parte tecnica con i funzionari di Roma.
Nel verice di ieri si è chiusa anche la partita della vicepresidenza che andrà a Valentina Aprea. La scelta è caduta non a caso su di lei: intanto perché è una donna (e Maroni tiena alla parità di genere) e poi perché l’Aprea è vicinissima sia a Berlusconi sia allo stesso governatore. Lo schema di accordo prevede anche una promozione per Giulio Gallera che oltre alle deleghe dell’ultimo Mantovani (affari internazionali e politiche comunitarie) si terrà quella ai rapporti con la Città Metropolitana che già aveva. Poi, ma questo è ancora da definire, potrebbe occuparsi anche delle deleghe non sanitarie che erano della Cantù.
C’è poi la questione che riguarda Mario Melazzini. In un mini vertice avvenuto ieri mattina al Pirellone, l’assessore di Ncd ha chiesto uno sgravio di deleghe. In particolare «Il Mela» dovrebbe rinunciare alle attività produttive e in cambio avere più poteri sulla ricerca, i rapporti con le università e la gestione dei fondi europei. In compenso verrà istituito un «assessorato allo sviluppo economico» guidato dall’attuale assessore al commercio Mauro Parolini che sommerebbe alle attuali competenze (commercio e turismo) anche quelle relative ad artigianato e piccole medie imprese.
Il sacrificio di Forza Italia (che di fatto rinuncia alla Sanità) verrebbe compensato in parte, come detto, con la promozione di Gallera e in parte con la soppressione di un assessorato (quello che fu della Cantù) in quota Lega. La giunta resterebbe così con «soli» dodici assessori (contro i 16 possibili), ma questa, ha fatto capire Maroni, potrebbe essere anche una scelta non definitiva.
Nell’assetto della nuova giunta resterebbe libero un posto da sottosegretario. Una voce, non confermata, vorrebbe la creazione di un sottosegretariato alla presidenza con delega alla legalità e trasparenza. Ad occuparlo, son sempre voci, dovrebbe essere un tecnico, forse un ex magistrato.
Nel vertice di ieri si sarebbe accennato anche di Milano, ma per quella partita servirà al più presto un altro tavolo.
Inutile nascondere che con questo scenario si ridimensiona il ruolo di Forza Italia e si certifica la vittoria dell’asse Maroni-Berlusconi, col primo che, volente o nolente viene proiettato di diritto in cima alla lista per guidare il centrodestra contro Renzi nel 2018. A meno che Matteo (quello di sinistra) non continui a rubare idee e voti al centrodestra. In quel caso Maroni potrebbe essere tentato (a mezza bocca lo ha confermato anche ieri davanti a taccuini e telecamere) di fare un secondo mandato a Palazzo Lombardia, che non sarà Palazzo Chigi, ma è comunque il luogo dal quale si governa la Regione più importante d’Italia.

di FABIO RUBINI

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