Cerca

L'evento

Al Museo delle culture di Milano in mostra Barbie, la bambola che ha creato la donna

Al Museo delle culture di Milano  in mostra Barbie, la bambola che ha creato la donna

Inizierà il 28 ottobre al Museo delle Culture di Milano, per restare aperta fino al prossimo 13 marzo, la fondamentale mostra Barbie. The icon. Ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno di icone, per altro in carne ed ossa. Ma se ve n’è una sulla quale occorrerebbe riflettere nel giusto modo, è proprio lei.

Barbara Millicent Roberts, detta Barbie, «nata» sul mercato il 9 marzo del 1959, è l’inanimata creatura di plastica che in 56 anni di esistenza ha riflesso l’umanità, innanzitutto femminile. Con lei la bambola per bambine passò dal modello infantile (di cui le bimbe si prendevano cura come mamme) a quello di donna. Se prima la kid doll aveva avuto l’aspetto da neonato, oppure da bambina in età scolastica elementare (si pensi alla «pigotta»), con Barbie eruppe sulla scena dei giocattoli «il corpo della donna». Un corpo adulto, con seno ben più pregno di quello vuoto di molte vere donne piatte, un punto vita molto più stretto della circonferenza dei fianchi (come regola di femmina vuole da che il mondo è mondo), il viso truccato. In più, tutto questo era mostrato: la prima Barbie commercializzata, disponibile nelle versioni blonde e brunette, cioè bionda e castana, indossava soltanto un costume da bagno intero, optical, a righe bianche e nere, e occhiali da sole da femme fatale che sa cos’è la vanità.

Gli anni Cinquanta erano stati il momento storico della civiltà occidentale in cui la donna passava dal solo ruolo possibile di moglie e mamma a quello di individuo con un proprio cervello, un proprio corpo e una propria seduttività slegata dal concepimento. Barbie rispecchiò quell’epifania della femmina nei giochi. Non a caso, le prime due versioni della Barbie iconizzavano la bionda Marilyn Monroe e la bruna Jane Russell, che avevano recitato insieme, sei anni prima, nel film Gli uomini preferiscono le bionde. Marilyn e Jane erano donne affermate, indipendenti (facevano le attrici), dai corpi e dai visi molto meno angelici rispetto alle bellezze austere alla Greta Garbo, o a quelle così aggraziate da sembrare evanescenti come Audrey Hepburn. Erano carne di corpo di femmina e Barbie ne era la versione inanimata. I successivi decenni porteranno a un’affermazione sociale della donna sempre più libera dal servilismo dei secoli passati e Barbie, puro oggetto poiché giocattolo, coi suoi innumerevoli modelli raccoglierà l’anima di tutte quelle mutazioni.

Basti pensare che nel 1971 uscì la Barbie Live Action, con ballerine in camoscio e un look da Era dell’Acquario degno del film Hair. Tuttavia, diffondere un modello di donna sempre positiva (questa è la parola chiave per comprendere Barbie) - hippie o astronauta che fosse - non le ha evitato critiche, spesso forzate al limite della visionarietà. Insieme con la Disney, per la sua Barbie la Mattel è sovente stata accusata di alimentare un immaginario irrealistico. Gli afflitti dalla sindrome degli incontentabili hanno imputato alla Disney di spandere un inesistente mondo buono (censurando quello vero che è fatto anche di terribili finali, omicidi, droghe) e di portare avanti - attraverso le sue principesse ex cenerentole - una concezione di donne che senza gli uomini non sarebbero diventate nulla. Sempre gli stessi hanno accusato la Barbie di essere un’icona di donna scema o puro corpo che indurrebbe le bambine a sessualizzarsi precocemente (quest’ultima versione è molto amata dalla femminista di tipo arcigno). Sono tesi deliranti, risultato della cecità tipica degli ideologizzati. Nel mondo Disney, per esempio, il male esiste eccome, anche se non ha le effigi del sangue vero, e viene sempre vinto dal bene.

La Mattel, per fare ancora esempi sull’alacre lavorìo di mappatura della donna nella società, già nel 1968 produsse la prima versione black di Barbie. Si chiamava Christie, ed era la sua amica nera.

Quanto a Barbie icona di donna oca che non conosce i veri problemi della vita, beh, nel 2012 la Mattel ha creato la cosiddetta «Chemio Barbie». In edizione limitata, si chiamava Ella ed era ancora una volta un’amica di Barbie. Venne distribuita gratis in alcuni ospedali statunitensi e canadesi per aiutare bambine e ragazze che li frequentavano a non sentirsi defemminilizzate dagli effetti della chemioterapia: aveva, infatti, la testa completamente calva.

Un altro luogo comune è che Barbie simboleggi la donna oggetto di concezione maschile. Ma Barbie nacque su idea della moglie del codirigente della Mattel. Quest’ultima, di nome Ruth, vide che sua figlia faceva interpretare alle sue bambole-neonate ruoli da adulta e comprese che tra le mani delle bambine mancava un giocattolo che raffigurasse, semplicemente, la donna.

Gemma Gaetani

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog