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Le mosse del Pd

Renzi gioca l'ultima carta per Milano: primarie Sala-Majorino

Renzi gioca l'ultima carta per Milano: primarie Sala-Majorino

I prossimi giorni potrebbero essere decisivi per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. E non solo. Perdere Milano per Renzi, infatti, potrebbe voler significare l’addio anticipato anche a Palazzo Chigi. E dopo la poco edificante figura che il Pd sta facendo a Roma, il premier non può rischiare figuracce all’ombra della Madonnina. Così la diplomazia messa in campo dal premier Matteo Renzi sta macinando chilometri e incontri senza sosta. E da ieri sembrano essere arrivati anche i primi risultati con la nomina del commissario Expo Giuseppe Sala nel Cda di Cassa depositi e prestiti, la cassaforte del governo che gestisce 250 miliardi di euro e che sembra destinata ad avere un ruolo importante nella gestione (e nel finanziamento) del dopo Expo. In tal senso, va detto, non sono arrivate direttive da Palazzo Chigi, ma sono in molti a leggere la nomina di Sala in quest’ottica.
La «mossa dello strapuntino» ha avuto subito due conseguenze: la prima, di dimostrare a Sala la gratitudine del governo per quello che ha fatto prima e durante l’Esposizione. Del resto era stato lo stesso Renzi, tempo addietro a dire: «Su Milano deciderà lui, ma comunque avrà un ruolo importante dopo l’Expo». La seconda, di far spingere Sala a sbottonarsi sul suo futuro rassicurando che «la nomina in Cdp non è la pietra tombale su una possibile candidatura a sindaco» e che, anzi «sono onorato che qualcuno pensi a me per guidare Milano».
Certo, come in tutte le trattative anche Sala ha dovuto dare una contropartita a Renzi, assicurandogli che, se dopo il 31 dicembre (data ultima che il manager ha indicato per sciogliere le riserve) deciderà di correre, non si sottrarrà a primarie non troppo allargate. Questo sarebbe un modo per accontentare Pisapia (che pare pronto a far esplodere il centrosinistra se la consultazione popolare dovesse essere cancellata) e nel contempo garantire a Sala primarie tranquille e, in caso di clamorosa sconfitta, un posto di prestigio dal quale potrà continuare la sua carriera di manager pubblico.
Sul fronte interno al Pd, poi, non è un segreto che i renziani stiano lavorando per «suggerire» il passo indietro agli aspiranti sindaci. Va visto in quest’ottica l’incontro di pochi giorni fa tra il ministro Maria Elena Boschi ed Emanuele Fiano, ad oggi il candidato più credibile dei democratici per Milano, che secondo indiscrezioni si sarebbe detto disponibile a lasciare la corsa e ad appoggiare Sala, in cambio di un ruolo di prestigio o nel governo o nel futuro assetto del Comune di Milano. In questo modo resterebbe in campo il solo Pierfrancesco Majorino che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe catalizzare su di sé i voti di Sel e di schegge di sinistra estrema non disposte ad appoggiare Sala. E nella peggiore verrebbe relegato all’irrilevanza anche come minoranza interna al Pd.
Questo lo scenario più probabile. Poi, certo, Sala col nuovo anno potrebbe anche decidere di accontentarsi dello strapuntino di Cassa depositi e prestiti «dove ci sono dossier - ha detto il manager - molto interessanti che si sposano bene con le mie competenze» e non candidarsi a sindaco di Milano. In questo caso Renzi non si farebbe trovare impreparato. Da tempo il premier sta lavorando a un piano B che, come detto più volte, ha il nome e il volto dell’attuale ministro all’Agricoltura Maurizio Martina. Con lui non ci sarebbero problemi di primarie e anche la sinistra più estrema sarebbe meno riottosa ad appoggiarne la campagna elettorale. Intanto il segretario milanese del Pd Pietro Bussolati traccheggia: «Non c’è nulla di certo sulla candidatura di Sala. Noi continuiamo a preparare le primarie».

di FABIO RUBINI

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