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Viaggio dentro Palazzo Isimbardi

Città Metropolitana, un deserto a spese nostre

Città Metropolitana, un deserto a spese nostre

Il deserto di Palazzo Isimbardi. Città metropolitana è entrata a pieno regime da più di un anno, ma se fate un giro tra quei corridoi a due passi da Porta Venezia, a Milano, non ci troverete (quasi) nessuno. Sono le undici e mezza di giovedì mattina: dovrebbe essere l’orario di punta, con gli uffici pieni e i computer accesi. Invece niente: porte chiuse, luci spente, ascensori deserti. Non si sente nemmeno il ticchettio di chi scrive alla tastiera del pc. Le stanze dei consiglieri metropolitani sono al primo piano. Era in programma la Commissione Affari generali, ma è saltata alle 16.30 di mercoledì. Ai diretti interessati è arrivata una comunicazione di poche righe: «La riunione è rinviata a data da destinarsi». Il motivo, non si sa. Tanti saluti e grazie.
Nel lungo corridoio dei consiglieri di minoranza c’è una sola persona, Claudio. È un volontario che aiuta Marco Cappato, esponente radicale eletto nell’ente metropolitano con la lista civica Costituente per la partecipazione. Lui è l’unico che ogni mattina presidia quegli uffici disabitati, ma formalmente non fa parte di nessun staff. Sorride e mostra il badge con cui entra a Palazzo Isimbardi regolarmente: è una carta magnetica con su scritto «visitatore». Della serie: il solo assiduo frequentatore di quei corridori entra nella Città Metropolitana come ospite. Già, i consiglieri metropolitani non possono avere collaboratori: mancano i fondi, ovvio.
«Gli uffici su questo piano sono sempre deserti», racconta Claudio. «Alcuni non sono mai stati nemmeno aperti». E si vede: alcune porte hanno ancora la chiave inserita, altre sono semplicemente inaccessibili. Se ne apri una per sbaglio ti trovi nell’ufficio più abbandonato di Milano: le librerie alle pareti contano una risma di carta e due volumi (non proprio il segno che vengano consultati spesso), sulla scrivania ci sono plichi di lettere non aperte da mesi, il calendario in alcuni casi segna ancora dicembre 2015.
«Qui hanno rifilato tutti gli scarti informatici degli altri uffici», continua Claudio, «nemmeno i computer funzionano a dovere». Come se qualcuno li accendesse, di tanto in tanto.
A fare due passi nell’ala riservata ai consiglieri delegati (quelli che avrebbero preso il posto degli ex assessori provinciali, per intenderci) la situazione non cambia di molto. Ci saranno si e no cinque persone. Qualcuno lavora dietro a un monitor, qualcun altro vaga per la stanza.
«Non si riunisce nessuno, il lavoro spesso lo fanno i funzionari. Tolta la votazione statutaria, da quando è stata istruita la Città Metropolitana a novembre di due anni fa, credo che non ci sia stata una volta sola in cui erano presenti tutti e 24 i consiglieri col sindaco», chiarisce Claudio, semmai ce ne fosse bisogno.
La Città Metropolitana di Milano rappresenta più di tre milioni di persone, 134 Comuni, 1575 chilometri quadrati di territorio. Nei suoi corridori ci si aspetterebbe un via vai continuo di gente, dipendenti con faldoni in mano e il cellulare sempre pronto. Invece regna il silenzio più assoluto. Non che il calendario sia di quelli zeppi di impegni, tra l’altro. Ci sono solo due Commissioni (Affari generali e Affari istituzionali) che si alternano con le riunioni del Consiglio. Il calcolo è di quelli facili: l’ente metropolitano grava (si fa per dire) sui suoi consiglieri appena un appuntamento a settimana, in tutto quattro al mese. Eppure, spesso, sono spopolati pure quelli. «La settimana scorsa c’è stato il Consiglio: in un ora e mezza sono stati messi ai voti cinque o sei procedimenti presentati dai funzionari», racconta Cappato. «Molte volte però manca il numero legale», ricorda Claudio. Tolti i casi in cui questo succede per ragioni politiche, però, quei corridori vuoti restano emblematici: la Città Metropolitana di Milano è semplicemente abbandonata a se stessa. Non c’è nessuno nemmeno al bar nel sotto scala: a mezzogiorno sono in tre a fare la fila per un panino.
Come in palestra, al quarto piano. Sorpresa: è vuota. Lì, tra tappetini, tapis roulant e attrezzi ginnici vari, non vola una mosca. «Il picco lo abbiamo in pausa pranzo, ma non ci sono mai più di dieci persone tutte assieme», sospira il ragazzo che sta alla reception. E dire che negli spogliatoi c’è pure il bagno turco.

di CLAUDIA OSMETTI

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