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Emergenza siccità in Africa Solidarietà a Milano e Torino

Agire lancia l'allarme: "Così la fame e i leoni si portano via i bambini". L'appello proiettato su Palazzo Marino e Mole Antonelliana

Emergenza siccità in Africa Solidarietà a Milano e Torino
La peggiore carestia degli ultimi sessant’anni. Così Nazioni Unite e un appello di Benedetto XVI hanno lanciato l’allarme per la terribile crisi di siccità che ha colpito cinque paesi in Africa Orientale. Etiopia, Djibuti, Somalia, Sud Sudan e Kenya si trovano a fronteggiare un’emergenza che tocca quasi 11 milioni di persone. Per questo AGIRE, l’Agenzia italiana di risposta alle emergenze, ha lanciato un appello congiunto per sensibilizzare l’opinione pubblica. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, da ieri sera alle 22 fino alle 02.00 del 31 luglio il numero dell’sms solidale AGIRE sarà proiettato su Mole Antonelliana e Palazzo Marino, mentre il Colosseo avrà un’illuminazione speciale. Il tutto in collaborazione con i Comuni delle tre città. Quello che sta accadendo nel corno d’Africa è un esodo senza precedenti, una carestia “come non si vedeva dagli anni Cinquanta”, hanno dichiarato le Nazioni Unite. Le storie più drammatiche arrivano dal campo profughi di Dadaab, in Kenya. Creato nel 1991 dal Governo del Kenya e da UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), è composto da tre grandi campi: Ifo, Hagadera e Dagahaley. Era stato realizzato per accogliere chi, come i somali, fuggiva dal proprio paese a causa della guerra civile. Il campo è stato dichiarato esaurito nel 2008, ma a causa della siccità sono centinaia di migliaia le persone che si sono incamminate in queste settimane per raggiungerlo.
“Arrivano a un ritmo di circa 1500 persone al giorno”, racconta Maria Li Gobbi, cooperante dell’ong AVSI. “I bambini sono malnutriti, gli adulti allo stremo. Spesso le famiglie hanno camminato per giorni e giorni in zone semidesertiche e in molti casi iene, leoni e facoceri hanno portato via i figli”. Una situazione difficile da gestire, impossibile rispondere al bisogno di tutti. UNHCR ha creato dei centri di accoglienza aggiuntivi dove le persone possono ricevere i primi soccorsi: acqua, cibo, vestiti e medicine. Ma è difficile registrare nomi e cognomi. Da Fondazione AVSI fanno sapere che “nonostante il bisogno di cibo e acqua, la popolazione chiede che i loro figli possano andare a scuola. Questo rappresenta uno dei primi segni positivi, di un popolo che non si ferma alla disperazione”. Un punto da cui partire, certo, anche se i media arrivati sul territorio documentano una situazione critica a causa dell’assenza di spazi, della violenza che spesso si genera all’interno dei campi e dei risentimenti della locale comunità keniota che chiede gli stessi benefici dei profughi.

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