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Istituto Marangoni, la fabbrica della grande moda

Istituto Marangoni, la fabbrica della grande moda

È stato appena pubblicato, per i tipi di Rizzoli, il «luxury coffee table book» Fashion Culture. Istituto Marangoni: icona di moda e design (pp. 312, euro 90). Il tomo galvanizzerà gli appassionati di fashion culture, ma andrebbe letto da qualsiasi italiano. Poiché non siamo solo pizza, mandolini e camorra e per fortuna esistono libri che ce lo svelano o ricordano.

Il volume è, infatti, un meraviglioso viaggio narrativo e fotografico (altrimenti impossibile, perché i viaggi nel tempo non sono ancora effettuabili) attraverso gli ottant’anni di una delle più importanti scuole di moda e design, elementi che sono ormai costitutivi della nostra personalità e anche, diciamolo, della nostra produzione di Pil. L’Istituto Marangoni nacque nel 1935 e dunque quest’anno festeggia l’importante compleanno. La sua storia è quella della trionfale parabola ascendente della moda italiana avvenuta negli stessi decenni. Per entrarci dentro, per respirarla sul serio dall’interno, occorrerebbe essere o essere stati studenti del Marangoni. Ma tutto lo spirito, tutta l’essenza (tutta l’anima, si oserebbe dire) del senso del fare moda a cui l’istituto si dedica è ora visibile anche ai non addetti ai lavori grazie a questo splendido volume.

Fondato da Luigi Marangoni, l’istituto vide la luce quando la moda non era ancora una delle cifre identitarie di Milano e dell’Italia tutta. Né, da pura e anonima sartorialità, era diventata l’arte di culto che, a tutti gli effetti, è diventata oggi. Se ciò è accaduto, è stato anche perché Luigi di Abbigliamento Marangoni - che già eseguiva la pratica del fare moda vestendo la crème dell’aristocrazia italiana - decise di misurarsi anche con la teoria. Ovvero decise di provare ad «insegnare la moda».

Fu, Marangoni, una di quelle rare personalità fondanti: un influencer non di opinioni o di idiozie spacciate per opinioni, com’è in voga oggi, ma un influencer della realtà. Se la moda si poteva insegnare, allora avrebbe creato una scuola per questo preciso scopo, e ben presto quella scuola divenne un punto di riferimento imprescindibile. Prova del fatto che sì, anche la moda si può insegnare. Il volume è in ampia parte dedicato agli alunni dell’istituto. Raffigurati nei suggestivi ritratti di Aldo Fallai, gli studenti possiedono quella che il fotografo ha spiegato essere, in occasione della presentazione del volume al Museo delle Culture di Milano, la caratteristica principale di un giovane aspirante stilista, designer, sarto, fotografo, modello: lo sguardo verso il futuro, l’idea che esista un futuro da costruire e che si sarà parte attiva in quell’edificazione.

Certo, la moda non è soltanto sogno, desiderio, aspirazione. È anche molto altro, per esempio tecnica squisitamente sartoriale (non a caso anche nel talent show dedicato agli stilisti, Project Runway, si cuce a tutto andare). Oppure intuizioni e suggestioni prettamente estetiche, e difatti la prefazione del volume è stata redatta da Franca Sozzani, la direttrice di Vogue Italia. Come Luigi Marangoni all’epoca, anche lei vive una realtà di fabbricazione culturale della moda, attraverso le pagine patinate che setacciano tendenze, stili, canoni, nomi della moda per farne disseminazione presso la massa, cioè tutti noi. L’intervento dell’Istituto Marangoni è stato meno visibile dall’esterno rispetto all’incisività evidente che ha la rivista, anzi la bibbia della moda nel mondo. Ma non per questo è stato meno fattivo. Tra i suoi alunni c’è stato anche Franco Moschino, creatore di uno dei marchi nostrani più articolati ed artistici, che ha portato sulle passerelle delle sfilate e sui corpi delle modelle (e poi su quelli di donne e uomini) l’ironia, la concettualità, il pop: categorie che prima di lui appartenevano all’ambito artistico dei musei più che a quello del costume.

Altro alunno vip è stato Domenico Dolce, che abbandonò l’istituto dopo quattro mesi di frequenza, sentendo che non aveva niente da insegnargli. D’altronde, una scuola non è tale se nessuno dei suoi alunni la contesta. La scuola è ormai giunta ad avere due sedi a Milano ed altre tre nel mondo: Londra, Parigi, Shangai. Ne aprirà un’altra italiana a Firenze nell’ottobre del 2016. Chi non ne sarà mai studente, potrà scoprire cosa deve voler dire esserlo grazie a questo volume. Che permette di vivere anche l’emozione delle sfilate di fine corso, dell’abito che nasce sul bozzetto e poi sfila, realizzato, pienamente liberato dal suo essere solo idea.

di Gemma Gaetani

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